L’ossigeno della speranza

Doxa (δόξα). Per i Greci era l’opinione, la convinzione che si forma in ogni individuo a seguito di un’elaborazione conoscitiva. Oggi abbiamo finito per modificare quell’originale significato per estenderlo a fenomeno collettivo nelle nostre scelte di consumatori, di fruitori dell’informazione, di elettori. Manteniamo allora questa stessa interpretazione per domandarci qual è l’impatto emotivo del cambiamento climatico sul pensiero comune.
I dati raccolti dalle ricerche parrebbero senza equivoci, perché anche il più sbrigativo dei sondaggi riporta che una larga parte di popolazione si dice preoccupata per la crisi climatica. Ma è appunto qui che dovremmo sforzarci di fare un passo più nel profondo, per scoprire come il denominatore comune delle risposte finisca per annodarsi intorno allo stesso sostantivo : la paura.
La paura è concetto antico, almeno quanto l’uomo. Facile supporre che davanti al fuoco i nostri progenitori si siano dapprima ritratti, così come devono aver preso un grosso spavento nel trovarsi di fronte una tigre dai denti a sciabola. Possiamo quindi ragionevolmente pensare che la paura ha svolto sempre un’utile funzione di prudenza, di allestimento delle difese, di preparazione al pericolo.
Ma torniamo alla “doxa” ed al significato più esteso che ha finito per assumere nell’età moderna, affrontiamo il concetto di paura come fenomeno collettivo provando a cogliere qualche esempio dalla storia, fino ad accompagnarlo con la sua manifestazione più difficilmente sondabile: la paura dell’ignoto, il timore di ciò che non si conosce o che non ha spiegazione.
Nel luglio del 1789 Parigi conosce le sue prime febbrili giornate rivoluzionarie, ma quel che arriva nelle campagne sono notizie distorte e amplificate. Si parla di campi bruciati da un’inesistente forza straniera, di un “complotto per la carestia” ordito dagli aristocratici. E’ quella che Febvre e gli storici degli “Annales” chiameranno “La Grande Peur”, la grande paura. Si tratta di uno stato d’animo collettivo che monta da una disordinata, concitata trasmissione delle informazioni. Per chi ricorda Timisoara al tempo della caduta di Ceasescu in Romania, anche lì si finì per centuplicare il numero dei morti assecondando un percorso narrativo non dissimile.
Già con la pandemia si sono presentati due atteggiamenti, apparentemente opposti. Sfidando il paradosso, negazionismo e catastrofismo sono appaiate risposte alla stessa paura e ce n’è riprova proprio davanti al ‘climate change’. Chi rifiuta l’evidenza scientifica e chi pensa che non c’è soluzione finiscono per arenarsi insieme sulle inconcludenti secche dell’immobilismo. Affrontare il cambiamento climatico si traduce allora prima di tutto in una sfida alla paura.
Ulisse vince le Colonne d’Ercole mosso dalla curiosità, dalla sete di conoscenza, ma anche con la speranza per ‘nuovi cieli e nuove terre’, per dirla con l’Apocalisse di Giovanni. Ecco il più potente antidoto alla paura, ecco l’ideale viatico per misurarci con gli ineludibili interrogativi dell’oggi: la speranza. Occorre mettere più speranza in quello che facciamo e in ciò che diciamo. Perché ha ragione Papa Francesco nel definire la speranza “come l’ossigeno per respirare la vita”.
L’economia circolare diventa così non solo un sistema virtuoso di utilizzo delle risorse, ma un emblematico paradigma di ciò che è possibile fare e di quello che già si sta facendo. “In nuce” la circular economy contiene già i caratteri di una società nuova, fatta di nuove relazioni sociali e di nuovi modelli comportamentali. I veleni del gramsciano “vecchio che muore” vanno spazzati via con l’ossigeno della speranza.

Marco Zampetti

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