#Undicimarzo

 

#Green Deal Europeo
L’Europa è attesa ad un ruolo fondamentale per lo sviluppo in chiave di transizione ambientale del pianeta. Finora, dalle decisioni europee c’è sempre stato il maggior impulso ad affrontare i problemi ambientali ed energetici, con decisioni all’avanguardia rispetto a tutti gli altri paesi, a cominciare da quelli più determinanti come Stati Uniti, Cina, Russia e le popolosissime nazioni del sud-est asiatico. I segnali che riguardano il Green Deal europeo non sono incoraggianti. Anzi, tutto quello che era stato impostato per ottenere risultati positivi rischia di infrangersi sulle tante barriere del no che si diffondono a macchia d’olio in tutto il continente. Responsabile di questo arretramento è la politica, che entra pesantemente in gioco alla vigilia delle elezioni europee dei primi di giugno, e problema ancora più grave da un punto di vista di sostenibilità ambientale, è che sono gli stessi propugnatori del Green Deal che stanno facendo marcia indietro per non perdere il contatto in termini di voti con quella parte di elettorato che stenta a mettersi in gioco pur di mantenere quei privilegi economici, sostanzialmente, che si muovono con metodi lobbistici e talvolta ricattatori per frenare la rivoluzione ambientale.

#Riscaldamento globale
Il mese scorso, secondo i nuovi dati di Copernico, il servizio di monitoraggio climatico dell’Unione europea, è stato il febbraio più caldo mai registrato a livello globale, segnando il nono mese consecutivo di record di temperatura superati. Febbraio è risultato essere più caldo di 1,77 gradi Celsius rispetto alla media di febbraio pre-industriale, e ha concluso il periodo di 12 mesi più caldo mai registrato, con una differenza di 1,56 gradi sopra i livelli pre-industriali.
Questi dati riflettono un chiaro e allarmante segno di accelerazione del riscaldamento globale, violando gli obiettivi dell’accordo di Parigi del 2015, che miravano a limitare il riscaldamento globale a meno di 2 gradi Celsius.

Gli esperti sottolineano la necessità di ridurre drasticamente e immediatamente le emissioni di gas serra per affrontare questa emergenza climatica, altrimenti le generazioni future potrebbero giustamente rimproverare l’inazione del presente e maledire la nostra negligenza.

#Tessile: troppi abiti distrutti prima dell’uso
Il modello economico lineare, che si concentra esclusivamente sulla riduzione dei costi di produzione, mostra la sua assurdità nel settore tessile, in rapida espansione grazie alla combinazione di fast fashion e commercio online. Tuttavia, il comodo ciclo di “compra, prova e restituisci” nasconde enormi impatti ambientali, come dimostra uno studio recente dell’European Environment Agency. Secondo il rapporto, tra il 4 e il 9% degli indumenti venduti in Europa viene distrutto senza mai essere utilizzato, generando una quantità di rifiuti compresa tra 264.000 e 594.000 tonnellate all’anno, tra abbigliamento, accessori e calzature. Questo spreco corrisponde all’emissione di 5,6 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, quasi pari alle emissioni totali della Svezia nel 2021. L’European Environment Agency sottolinea la necessità di affrontare il problema della sovrapproduzione e della distruzione nel settore tessile, promuovendo nuovi modelli di business circolari e strumenti politici specifici. A questo scopo, il nuovo regolamento Ecodesign, approvato dal Consiglio e dal Parlamento europeo a dicembre, vieta la distruzione di abbigliamento, accessori e scarpe invendute, con un periodo di transizione di due anni (sei per le PMI) dall’entrata in vigore del regolamento. Il regolamento richiede inoltre che produttori e rivenditori segnalino annualmente la quantità di prodotti invenduti distrutti, e la Commissione Europea potrebbe estendere in futuro il divieto di distruzione ad altre categorie di prodotti.

A cura di Fabio Cortese e Marco Barone