Di Danilo Guenza
“The Greatest con job ever perpetrated on the world” cioè “la più grande truffa mai perpetrata al mondo”.
Così il Presidente Americano Donald Trump ha definito il Cambiamento Climatico nell’ultimo suo discorso tenuto recentemente alle Nazioni Unite battezzando a suo modo, potremmo dire, la Conferenza delle Parti della convenzione sui cambiamenti climatici dell’ONU che apre in questi giorni. L’incontro si terrà ai confini della foresta Amazzonica, nella città di Belém, in Brasile e i lavori andranno avanti fino al 21 novembre.
Saranno rappresentati quasi 200 Paesi e quindi praticamente tutta l’umanità con tutto il suo crogiolo di differenze linguistiche, culturali, religiose, economiche, dimensioni territoriali e di popolazione, presenza geografica e relazioni geopolitiche. Se avete mai partecipato ad una riunione di condominio, potete avere una idea delle difficoltà che i partecipanti incontreranno per raggiungere un qualsivoglia accordo.
Sarà un evento con migliaia di persone, tra cui scienziati, politici, giornalisti, lobbisti di aziende e rappresentanti della “società civile”. Le presenze saranno talmente tante che si sono già sentite le prime polemiche sulla difficoltà ed i costi necessari a trovare un alloggio. Meno presenti invece i capi di Stato che dovrebbero essere circa la metà della precedente edizione tenutasi a Dubai. Evidentemente il Clima è oggi un tema meno “di moda” e comunque, secondo il Presidente USA, tutte queste persone saranno li riunite a discutere di una “bella truffa”. Andrebbe ricordato che nel 2009 Trump firmò una pagina pubblicitaria sul NYT, con altre dozzine di business leader, dove esprimeva supporto alla battaglia contro il cambiamento climatico. Ma questa è un’altra storia.
UN PO’ DI STORIA CHE NON GUASTA MAI
Nel 1972 si tiene a Stoccolma la prima Conferenza ONU sull’ambiente anche se di ambiente si parlerà poco. In quell’occasione Olof Palme (primo ministro svedese che anni dopo verrà ucciso) disse: “la guerra è la forma più odiosa di inquinamento”. Queste parole risuonano ancora nel nostro tempo turbolento, attraversato da tensioni e guerre.
Qualche decina di anni dopo, sempre a Stoccolma, la quindicenne Greta Thunberg si incatenerà davanti al parlamento svedese dando vita ai
Fridays for Future.
Occorre aspettare il 1995 quando a Berlino si terrà la prima COP che vedrà presenti i circa 200 Paesi firmatari del primo documento ONU sul clima.
Da allora inizia la battaglia al Climate Change, una battaglia che continua a svolgersi tutt’oggi, tra alti e bassi, accordi e scontri tra Nazioni.
A Kyoto, in Giappone, con la COP3 del 1997 ben 160 Paesi si impegnano, a partire dal 2005, a ridurre le emissioni di gas ad effetto serra. Il dato fondamentale è che per la prima volta si riconosce l’impatto dell’uomo sul nostro Pianeta chiamando tutti all’assunzione di responsabilità.
Un cammino molto complesso per gli enormi interessi in gioco.
Nell’anno 2000 Usa e Europa entrano in contrasto facendo, di fatto, fallire COP6.
Finalmente, a Parigi, nel 2015 con COP21 la svolta: i Paesi firmano l’impegno a contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi puntando, in realtà, a quella che viene comunemente considerata la soglia fatidica di 1.5 gradi.
Tra successi e insuccessi si arriva alla COP27, in Egitto, dove viene istituito il fondo Loss and Damage: soldi destinati ai Paesi fragili per ridurre o mitigare gli effetti devastanti del cambiamento climatico.
Con COP28 nel 2023, negli Emirati, tra le polemiche dovute alla presidenza dei lavori affidata al CEO della compagnia petrolifera nazionale, si arriva ad un altro accordo storico. Si definisce la transizione fuori dai combustibili fossili per raggiungere emissioni zero entro il 2050. L’accordo invita inoltre a triplicare le energie rinnovabili entro il 2030.In questa occasione, John Kerry, l’inviato USA per il clima sotto la presidenza Biden, dirà: “Questo è un momento di cambiamento epocale. Ma ciò non significa che tutto si risolverà da un giorno all’altro. Dobbiamo continuare a spingere per la trasformazione. I Paesi saranno giudicati in base a quanto saranno all’altezza del loro impegno comune ad abbandonare i combustibili fossili”.
Infine, lo scorso anno la COP29 a Baku, in Azerbaigian.
Anche in questo caso i lavori si svolgono tra le polemiche per la Presidenza affidata ad un altro petroliere. La conferenza si concentra sulla finanza, cioè il reperimento delle risorse necessarie e sostenere la transizione dei Paesi più poveri che maggiormente soffrono gli effetti devastanti del Cambiamento Climatico (da inondazioni a incendi, da mancanza di acqua potabile a siccità) e che paradossalmente sono quelli che inquinano meno.
D’altronde come si può fare una qualsiasi transizione senza denaro?
Viene varata la road-map Baku-Belém con l’obiettivo di aumentare le risorse finanziare a supporto delle politiche di sviluppo economico e di transizione energetica dei Paesi più fragili fino a raggiungere la cifra di 1.300 miliardi di dollari entro il 2035.
E ora inizieranno i lavori di COP30 sotto la presidenza di un diplomatico e economista brasiliano: Andrè Corréa do Lago.
COME FUNZIONA UNA CONFERENCE OF THE PARTIES?
La prima cosa da dire è che la COP è un incontro annuale tra Governi ed è quindi un incontro politico anche se fortemente supportato dalla scienza.
La seconda è che il Clima non ha confini, quindi gli effetti del Cambiamento Climatico si avvertono al di là delle linee tracciate su una carta geografica.
La battaglia per ridurne gli effetti sul nostro Pianeta non può che essere fatta da azioni comuni, concordate e coordinate.
Occorre quindi trattare e mediare tra interessi e urgenze a volte contrapposti.
Immaginate un Paese che sta scomparendo a causa dell’innalzamento del livello del mare che si confronta con un paese in via di sviluppo che a sua volta ha bisogno di energia a basso costo per produrre, coltivare e riscaldare. Tutti e due si confrontano con un terzo paese che vende proprio la materia necessaria a produrre quell’energia (ad esempio, il petrolio), che inevitabilmente genera la CO2 che occorre ridurre per invece contenere lo scioglimento dei ghiacci.
Per poter dibattere e prendere una qualsiasi decisione o impegno, i Governi hanno bisogno di informazioni che devono però essere condivise e autorevoli.
Queste informazioni e questi dati vengono diffusi in tre Rapporti – più uno di sintesi ed altri specifici – redatti dal’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organizzazione scientifica creata nel 1988 tra World Metereorological Organization e dall’ONU per fornire ai decisori politici tutte le informazioni scientifiche disponibili e verificate relative al cambiamento climatico.
L’IPCC si articola in tre gruppi di lavoro. Il primo valuta la base scientifica del Cambiamento Climatico, la parte fisica potremmo dire; il secondo si occupa degli impatti e della vulnerabilità dei sistemi naturali e socio economici e delle opzioni di adattamento; il terzo valuta le opzioni di mitigazione cioè le misure per ridurre le emissioni di CO2 o di metano o di altri gas che intrappolano il calore nell’atmosfera terrestre.
La redazione dei Report è guidata da un team di circa 30 scienziati scelti dai Governi. La prima fase del lavoro è definire assieme ai Governi stessi gli argomenti da trattare secondo i loro bisogni di sviluppo di politiche ambientali specifiche. Poi vengono scelti, sempre dai Governi, gli scienziati per redigere i rapporti.
Tanto per dare una idea, ad ognuno degli ultimi tre rapporti hanno contribuito circa 250 scienziati che hanno scrutinato 34mila articoli scientifici. L’IPCC non produce alcun lavoro scientifico ma analizza quelli prodotti in ogni parte del mondo, li valuta e ne veicola il messaggio con un linguaggio autorevole ma comprensibile.
Ma non è finita qui. I rapporti, prima di essere autorizzati, vengono discussi con i Governi ed i massimi esperti del mondo per circa 3 anni.
La revisione è organizzata in “tappe di revisione formale”. In ognuna di queste “tappe” possono essere fatti commenti ai quali gli autori devono rispondere. Ad esempio, il Rapporto sulla Fisica del Clima ha ricevuto 78mila commenti prima di essere autorizzato.
Ecco di quanta sostanza, di quanto rigore, di quanta autorevolezza e trasparenza stiamo parlando.
Basterà uno slogan urlato ad affossare tutto questo lavoro di confronto e collaborazione tra scienziati e massimi esperti di tutto il mondo? Un lavoro comune che già di per se è esaltante e in qualche modo, rassicurante?
COSA ASPETTARCI DA COP30?
A dieci anni dall’accordo di Parigi, gli organizzatori brasiliani si augurano di raggiungere un risultato basato sugli impegni per azioni da intraprendere per confermare l’obiettivo di mantenere l’innalzamento delle temperature al di sotto della soglia critica dei +2 gradi dal periodo pre industriale. A dire il vero questo numero sembra sia già stato superato causando danni e devastazioni sotto gli occhi di tutti.
Alla perdita di vite umane e all’immensa perdita di biodiversità, occorre aggiungere costi esorbitanti ed effetti economici finanziari e della produzione difficilmente calcolabili.
Per verificare il percorso in atto, a Parigi fu definito che i Governi dovevano presentare ogni 5 anni, gli NDCs. (Nationally Determined Contributions). Questi sono i piani che ogni Stato presenta indicando in numeri i propri target di riduzione di emissioni entro una data certa (es. 2035). Oggi siamo al secondo round di presentazioni di questi piani.
Un argomento “sensibile” sarà il tema finanziario che deriva dall’obiettivo dei 1.300 miliardi di dollari definiti per il “Loss and Damage”. La road map “Baku to Belen” varata in Ottobre, verrà infatti discussa al massimo livello alla COP30 e andrà accuratamente dettagliata e concordata all’interno dell’UNFCCC per essere efficace.
Il Brasile, il padrone di casa, ha indicato come “questione chiave” la definizione di un piano di azioni, per far avanzare e monitorare il piano di abbandono definitivo dei combustibili fossili previsto a Dubai “…in a just, orderly and equitable manner…” entro il 2050.
Si vorrebbe che i risultati della transizione energetica facessero parte dei Global Stocktake (GTS) che vengono presentati ogni 5 anni a partire dal 2015 per fare un bilancio degli obiettivi rispetto agli impegni presi con gli NDC nazionali.
Infine, la Presidenza brasiliana vorrebbe che venissero rinnovati i Global Goal on Adaptation (GGA) che scadono quest’anno.
Con l’aumento delle temperature la capacità di adattamento ai cambiamenti (resilienza) diventa un fattore strategico – e molto costoso – per ogni Paese.
USA E CINA A CONFRONTO NELLO SCENARIO INTERNAZIONALE
L’uscita dagli accordi di Parigi dell’amministrazione americana del Presidente Trump, per la seconda volta, al grido di “drill baby drill”, non è certamente una bella notizia. Inoltre lo stesso Presidente ha preso molte altre iniziative a favore dei combustibili fossili e avverse a regolamentazioni ambientali, cosi come ad organizzazioni scientifiche del clima. Inoltre Washington ha apportato significative modifiche all’Inflaction Reduction Act nelle parti tese a promuovere la transizione energetica e ha sostanzialmente smantellato lo USAID. Anche uno dei paladini americani del green, il tech-miliardario Bill Gates, ha chiesto uno “Strategic Pivot”, cioè un fondamentale cambiamento di approccio spostando il focus dell’azione dal limitare l’innalzamento delle temperature attraverso le emissioni a breve termine verso la prevenzione di malattie e povertà. Questa posizione è stata criticata da molti scienziati che hanno espressamente parlato di “falsa dicotomia” tra investire per il contrasto al cambiamento climatico o gli aiuti ai poveri peraltro proprio le persone maggiormente colpite dagli effetti dei mutamenti climatici.
Questo ritiro americano favorisce l’ascesa della Cina quale leader mondiale nella lotta alla crisi climatica. Una recente analisi pubblicata da Chatham House era intitolata, inequivocabilmente: “Un nuovo ordine mondiale si sta formando. La Cina lo renderà Green?”.
Parlando all’Assemblea Generale dell’ONU esattamente il giorno dopo del Presidente Trump, il Presidente Cinese Xi Jinping ha presentato i suoi NCD.
La Cina, pur essendo ancora il primo emettitore di gas serra al mondo sta investendo molto nelle politiche e nelle tecnologie climatiche. Ha presentato obiettivi non in linea con gli accordi di Parigi, deludenti e in un certo senso catastrofici, ma occorre ricordare che la Cina ha l’abitudine di promettere meno di quanto in realtà realizza. E quanto si vede nella sua azione giornaliera, sul campo, nell’incremento delle energie rinnovabili e nella sostituzione di prodotti che utilizzano fonti fossili di energia con quelli elettrici – ad esempio l’automotive- lo conferma.
Il colosso asiatico negli ultimi anni ha raddoppiato la capacità di produzione da eolico e solare. Nel 2025 tre su quattro progetti di queste tecnologie, nel mondo, sono basati in Cina. Per non parlare del monopolio dei metalli rari così preziosi per il green.
Solo pochi giorni fa l’Europa è riuscita a consegnare il proprio NCD – ne presenta uno complessivo – con grave ritardo e clausole “di flessibilità” come la revisione dei target ogni due anni anziché i 5 previsti evidenziando le differenze che ci sono tra i paesi comunitari. L’Italia frena politicamente nonostante sia il paese europeo più colpito con oltre 38mila morti e danni economici stimati in 60 miliardi di dollari nel periodo 1993/2022. Inoltre il nostro Paese è situato nel Mediterraneo che è oggi considerato Hot Spot mondiale cioè area più vulnerabile. Di contro, il nostro Paese è tra i primi della classe per molti indicatori quali, ad esempio, le capacità di riciclo dei rifiuti.
Comunque l’obiettivo UE dichiarato di tagliare le emissioni del 90% entro l’anno 2040, è molto ambizioso e le consente, assieme alla sua legislazione, di rimanere leader al contrasto al Cambiamento Climatico.
Ad esempio la normativa per ridurre la dispersione dei famosi tappi delle bottiglie di plastica che per alcuni diventò argomento di campagna politica ma che non faceva affatto ridere i pesci che li mangiavano. Oggi questa normativa ne ha ispirate molte altre nel mondo.
TRA OTTIMISMO, REALISMO, SCETTICISMO E NEGAZIONISMO
Mettere il mondo, l’intera umanità, attorno ad un tavolo per discutere di un unico argomento anche se essenziale per la sopravvivenza della nostra specie è già uno straordinario successo. Farlo su un tema così complesso che necessita di azioni comuni e coordinate da compiere tra interessi potenti e a volte contrapposti lo è ancora di più.
Purtroppo le temperature continuano a salire e se ne vedono ogni giorno gli effetti devastanti. Ma grazie alle azioni intraprese dai Governi a seguito degli accordi presi alle COP, la crescita ha rallentato e ormai la traiettoria punta verso il basso (da 3,9 a 2,5 gradi post accordo di Parigi).
Gli impegni presi dai Paesi sono molto ambiziosi e, in tutto o in parte, si stanno perseguendo consentendo il raggiungimento di obiettivi essenziali per l’umanità nel suo insieme.
Le energie rinnovabili sono cresciute e continuano a farlo ad un ritmo inimmaginabile fino a pochi anni fa.
La ricerca per nuove tecnologie in questi settori riceve impulso e finanziamenti crescenti. Aumenta la consapevolezza culturale e la sensibilità politica verso il consumo. L’attuale sistema economico viene fortemente criticato e si sviluppano pensieri, dibattiti e letteratura sul come modificarlo.
Certo, resta violento lo scontro tra interessi diversi che confliggono con le politiche di contrasto e conservazione. Anche le COP soffrono della crisi attuale delle Istituzioni o Conferenze Multilaterali.
Rimane sicuramente il tema dei tempi dell’azione: si va vanti troppo lentamente. Ma la transizione energetica procede e procederà non fosse altro perché conviene (anche) dal punto di vista economico.
Il Presidente Brasiliano Ignacio Lula da Silva – anch’esso recentemente oggetto di polemiche per la riforma della normativa ambientale – ha affermato di “non voler vedere l’Amazzonia ridotta ad una savana”. Ma chi, dotato di senso, lo vorrebbe?