Di Danilo Guenza
Il 28 e 29 aprile la Colombia e l’Olanda ospiteranno il primo vertice intergovernativo dedicato all’abbandono dei combustibili fossili: la “Fossil Fuel Treaty Initiative” Ogni volta che accendiamo una luce, bruciamo energia.
Per quasi due secoli, il carbone, il petrolio e il gas naturale hanno alimentato la modernità e le nostre vite.
Ma questo ha un costo enorme che non possiamo più permetterci di ignorare pena la probabile estinzione della nostra specie: l’accumulo in atmosfera di anidride carbonica e altri gas serra sta alterando il clima in modo sempre più
violento e visibile. Da questa consapevolezza nasce la Conferenza Internazionale sulla Transizione dai Combustibili Fossili, che si terrà il 28 e 29 aprile 2026 a Santa Marta, città portuale della Colombia.
Ne abbiamo parlato con Alexandre Knuth, responsabile europeo dell’advocacy e delle campagne per la Fossil Fuel Treaty Initiative. «Oggi non esistono regole internazionali per organizzare la fine della produzione di combustibili fossili», spiega Knuth. «Il mio ruolo è lavorare con i governi europei affinché non si concentrino soltanto sulla riduzione delle emissioni, ma affrontino la causa profonda della crisi climatica: la continua
espansione del fossile.» La conferenza di Santa Marta non è una nuova COP né un negoziato parallelo, ma un tentativo dichiarato di creare una piattaforma complementare all’UNFCCC, dedicata non più al “se” della transizione, ma al “come”. I tre assi di lavoro sono la dipendenza economica dai fossili, la trasformazione di offerta e domanda energetica, e il rafforzamento della cooperazione internazionale.
La scelta della sede non è casuale. Santa Marta ospita uno dei porti carboniferi più importanti della Colombia, e tenere lì la conferenza lancia un messaggio preciso: il piano per chiudere l’era delle fossili si costruisce in un Paese che da loro dipende largamente, ma vuole voltare pagina. «La transizione non può essere progettata dalle capitali europee o dai Paesi del Nord», sottolinea Knuth. «Deve includere le regioni e i Paesi che dipendono massicciamente dalla produzione di fossili. Deve essere equa, finanziata e co-progettata con il Sud globale.» Colombia e Paesi Bassi, pur apparentemente lontanissimi per geografia ed economia, condividono una sfida comune. La Colombia è un Paese. Produttore con forte dipendenza da quelle entrate e necessita di diversificazione economica. I Paesi Bassi, pur essendo un’economia europea
con capacità finanziaria e influenza diplomatica, sono ancora profondamente legati al gas. «Quel che li accomuna è la consapevolezza che questa transizione non può essere gestita a livello nazionale isolato», dice Knuth. «Serve un accordo internazionale giuridicamente vincolante che crei cooperazione, garantisca la stessa direzione di marcia e rispetti le differenze tra Paesi.»
Sul piano geopolitico, il nesso tra fossili e conflitti è al centro del dibattito. «I combustibili fossili alimentano i conflitti. Lo vediamo chiaramente in Ucraina e in Medio Oriente. Creano tensioni, competizione sulle risorse, flussi finanziari che sostengono l’instabilità», afferma Knuth. L’Europa, finora, ha risposto alla crisi sostituendo una dipendenza con
un’altra: dopo l’invasione russa ha ridotto le importazioni da Mosca, ma ha aumentato quelle da Stati Uniti, Norvegia e Qatar. «La vulnerabilità si è solo spostata. La sicurezza energetica non viene dai fossili: viene dal ridurre la dipendenza da essi. L’Europa dovrebbe arrivare a Santa Marta con impegni chiari su gas, carbone e petrolio, e con una traiettoria verso il 100% di rinnovabili.» Alla domanda sui risultati concreti attesi nei due giorni di lavori, Knuth è diretto: «L’obiettivo non è produrre un’altra dichiarazione. Vogliamo passare dalle affermazioni generali alle domande concrete: chi abbandona il fossile, a che ritmo, con quali finanziamenti, con quali protezioni sociali?» I contributi di governi, città, imprese, società civile e accademia confluiranno in un documento politico-tecnico destinato alle presidenze di COP30 e COP31.
Ma l’obiettivo più ambizioso è aprire la strada a un trattato vincolante: «Senza un quadro comune, la transizione resterà incoerente e i Paesi più vulnerabili ne pagheranno il prezzo più alto.» Quarantaquattro Paesi hanno confermato la partecipazione ma se ne aspettano altri già dai prossimi giorni. Francia, Germania, Spagna, Italia, Regno Unito, ma anche piccoli Stati insulari del Pacifico come Vanuatu e Tuvalu, Paesi produttori come Angola e Messico, economie emergenti come Brasile e Vietnam. Sul ruolo dell’Italia, Knuth non nasconde perplessità: «È positivo che partecipi, ma l’Italia ha appena deciso di posticipare il phase-out del carbone al 2038. Questo rivela una mancanza di serietà nell’azione sul clima. Deve smettere di sviluppare nuove infrastrutture fossili, definire un calendario chiaro di abbandono e riorientare la finanza pubblica verso le rinnovabili.» Quanto all’assenza degli Stati Uniti e al ruolo ambivalente della Cina, Knuth è
filosofico: «Non possiamo aspettare le grandi potenze. Molti trattati internazionali di successo — dal disarmo alle mine antiuomo — si sono costruiti senza aspettare Washington o Pechino. Un accordo solido crea nel tempo pressione e incentivi perché altri si uniscano.» La vera posta in gioco di Santa Marta è misurare la distanza tra il linguaggio
delle COP e la politica capace di affrontare davvero l’era post-fossile.
A preparare il terreno tecnico-scientifico ci penserà Carbon Tracker, che il 24 e 25 aprile organizzerà una conferenza globale per tradurre la ricerca accademica in opzioni concrete. I contributi scientifici forniranno ai governi le informazioni necessarie per decisioni informate e difficilmente confutabili. Il risultato minimo atteso è un segnale politico chiaro: i Paesi partecipanti riconoscono la necessità di una cooperazione internazionale strutturata sui
fossili, e si impegnano a costruire un meccanismo multilaterale che affronti le cause profonde della crisi climatica in modo equo. Il risultato ambizioso è che Santa Marta diventi il punto di partenza di un percorso verso un trattato vincolante, con negoziati formali avviati entro il 2027 tra i diciotto Paesi già pronti a esplorare questo cammino, e con la porta aperta ad altri che vorranno unirsi. Knuth ha un chiaro il messaggio finale: «Il rischio non è la transizione. Il
rischio è una transizione tardiva, caotica, non pianificata. Un trattato non è una minaccia per i Paesi produttori: è la loro migliore protezione per garantire che il cambiamento sia giusto, sostenuto e prevedibile. Senza regole condivise, i Paesi più forti si muoveranno per primi e gli altri pagheranno il conto.»