L’imprenditore vicentino Vanni Covolo racconta il progetto River Cleaning nato da un viaggio a Bali e oggi sperimentato sul Po, e un futuro in India e Brasile
Da operaio metalmeccanico a inventore di una tecnologia che potrebbe cambiare il modo in cui l’Italia — e il mondo — puliscono i propri fiumi. È la parabola di Vanni Covolo, imprenditore vicentino e fondatore di River Cleaning, che in questa intervista ripercorre la nascita della sua azienda e i piani per il futuro.
Tutto comincia nel 2019, quando Covolo — già titolare di una impresa di manufatti in plastica che lavorava per i settori automotive e aerospaziale — si trova davanti a una spiaggia di Bali sommersa dalla plastica. Da lì l’intuizione: fermare i rifiuti prima che raggiungano il mare, dove la plastica si degrada in micro e nanoplastiche che finiscono per essere assunte dall’uomo oppure che forniscono “una casa” a batteri che potrebbero distruggerci.
Circa 15 milioni di tonnellate di plastica, spiega, si riversano ogni anno nei mari del pianeta, e il 90% arriva attraverso i fiumi.
Il primo prototipo di River Cleaning era una serie di boe galleggianti messe di traverso al fiume che convogliavano i detriti verso un punto di raccolta. Ma l’esperienza sul campo — dal Tevere all’Arno o ai fiumi siciliani — ha costretto Covolo a ripensare il sistema: non più barriere fisse, ma strutture che si sollevano automaticamente come un ponte levatoio, capaci di riconoscere in tempo reale l’arrivo di oggetti pericolosi compresi rami e vegetazione, o l’aumento della velocità della corrente e di modulare la propria profondità di immersione per non essere distrutte durante le piene.
Non solo reti e boe fanno parte del progetti, ma tecnologia per la raccolta in tempo reale di dati da elaborare immediatamente . A bordo delle barriere sono installati telecamere, sensori di velocità e altimetri che monitorano portata e qualità dell’acqua, segnalando anche eventuali sversamenti di inquinanti. Un sistema che Covolo definisce essenziale per un Paese con oltre 230mila chilometri di canali e corsi d’acqua ancora privi di un monitoraggio sistematico.
Ad esempio un sistema di allarme in tempo reale avrebbe potuto intercettare subito il recente sversamento di oli nei Navigli di Milano evitando o quantomeno riducendone l’effetto nefasto per quelle acque e la salute dei cittadini. Basti pensare che basta una goccia (!) di olio per inquinare 1000 litri di acqua.
Tra pochi giorni verrà inaugurato un impianto a Po di Gnocca, vicino all’ex ponte di barche, nell’ambito del progetto europeo INSPIRE, di cui River Cleaning è fornitore tecnologico e partner insieme a università e aziende consorziate.
“Ottenere l’autorizzazione non è stato semplice” racconta Covolo “le autorità di bacino erano inizialmente contrarie a installare barriere in un fiume soggetto a piene importanti come il Po, ma il brevetto che permette alla struttura di sollevarsi autonomamente ha convinto gli enti competenti.”
Per Covolo si tratta di un progetto che offre una soluzione concreta e insieme una vetrina che dimostra la replicabilità del sistema su altri corsi d’acqua.

Il fiume è un ecosistema essenziale alla nostra vita ed è unico. Covolo che ne è un attento conoscitore anche grazie ai rapporti continui con chi quei luoghi li abita e li vive, anche lavorandoci, individua quattro emergenze connesse tra loro: la presenza di plastica e rifiuti gettati nelle acque come fossero una discarica, le 10-14mila tonnellate l’anno di vegetazione riversate in mare, il cuneo salino — l’avanzata dell’acqua marina nei fiumi, aggravata dai prelievi eccessivi, che danneggia i terreni agricoli fino a 30-40 chilometri dalla foce — e la proliferazione di alghe che soffocano zone di pesca e mitilicoltura.
La sua tesi è che questi fenomeni vadano affrontati con un approccio preventivo e non emergenziale.
Uno sguardo al business e al futuro. River Cleaning ha avviato una collaborazione in India e sta cercando un partner in Brasile, mercati dove la dispersione di plastica nei corsi d’acqua è ancora più massiccia che in Italia.
Un nuovo brevetto, in fase di sviluppo, punta a selezionare automaticamente i rifiuti intercettati distinguendo ciò che va rimosso da ciò che può restare in acqua: una sorta di raccolta differenziata.
E questo potrebbe aprire la strada anche a meccanismi di “crediti” per la plastica raccolta, già sperimentati in India.
“In Italia”, ricorda Covolo “la legge SalvaMare consente ai Comuni che installano le barriere di essere rimborsati per i costi di smaltimento”.
Chiude con un appello alla cooperazione internazionale: aiutare i Paesi privi di sistemi di raccolta differenziata, sostiene, è “un vantaggio per tutti”, perché il mare è uno solo e ciò che vi finisce da una parte del mondo arriva prima o poi da noi.
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