Di Danilo Guenza
Incontro con una guida alpina di lungo corso alle pendici del vulcano: tra sicurezza, cambiamento climatico, vino etneo e il paradosso di un patrimonio UNESCO che non viene valorizzato a sufficienza.
Linguaglossa, alle pendici dell’Etna, dentro i confini del parco. È qui che incontriamo Biagio Aragonese, guida alpina con oltre quarant’anni di esperienza sul vulcano. Intorno a noi, il paesaggio che solo l’Etna sa offrire: Taormina in lontananza, la Calabria e l’ Aspromonte sull’altra sponda, il mare, e sopra tutto, la sagoma del cratere oltre i tremila metri. Un posto, dice lui, “straordinario”. Ma anche un posto che si sta trasformando, non sempre in meglio.
Il vulcano non è solo un’eruzione
L’Etna finisce sui giornali quando erutta. È quasi una legge mediatica: il vulcano esiste nell’immaginario collettivo — e sui social, dove la spettacolarità della lava genera visualizzazioni — soprattutto nei momenti di crisi. Ma chi ci lavora ogni giorno conosce un vulcano molto più complesso, e per certi versi molto più silenzioso.
«Il vulcano è molto più di una semplice eruzione», dice Aragonese. “L’importante non è solo l’attività eruttiva, ma anche l’emissione di gas, il vapore vulcanico, le grotte vulcaniche l’ambiente botanico. In primavera la vegetazione è molto ricca di fiori, di elementi importanti”. L’Etna, insomma, è prima di tutto un ecosistema — e solo secondariamente uno spettacolo.
E mentre parliamo, in questi giorni, c’è chi scia.
Mitigare il rischio, garantire la sicurezza
Il compito delle guide alpine è, in primo luogo, “mitigare il rischio”. La formula è semplice, ma dietro ci sono decenni di prassi, coordinamento istituzionale e, soprattutto, esperienza accumulata sul campo. Le guide operano in raccordo con l’ente regionale del parco, con la Protezione Civile e con INGV che fornisce il monitoraggio scientifico in tempo reale.
Le zone sommitali — le più frequentate e le più pericolose — sono soggette a regolamenti specifici: limiti al numero di persone presenti, protocolli di accesso, coordinamento continuo tra le parti. “L’imprevedibilità delle attività vulcaniche”, spiega, rende questi controlli non una formalità burocratica, ma una necessità operativa.
Tecnologia ed esperienza umana, in questo contesto, non si sostituiscono: si integrano. Il monitoraggio dell’INGV fornisce dati preziosi sia alla popolazione che vive ai piedi del vulcano sia alle guide. Ma, precisa, “l’esperienza si acquisisce sul campo”. E l’esperienza sul campo non si scarica da un’app.
Il turista in infradito
Negli ultimi anni il numero di visitatori che vogliono raggiungere le quote sommitali è cresciuto in modo significativo. I social hanno amplificato il richiamo del vulcano — non solo in occasione delle eruzioni, ma come destinazione in sé. Il risultato, osserva la guida con un misto di ironia e preoccupazione, è visibile già dall’abbigliamento.
«Il turista che veniva in montagna anni fa era equipaggiato, preparato e consapevole», racconta. Oggi, sempre più spesso, chi arriva sull’Etna non ha questa consapevolezza. Molti sono appassionati autentici. Ma molti altri vengono per i selfie. “Si nota un cambiamento nella natura del turismo — meno cultura della montagna rispetto a qualche anno fa”. Non è nostalgia: è una valutazione di rischio.
Il rispetto, prima di tutto
Quarant’anni sull’Etna si sintetizzano in una frase, che lui pronuncia con la semplicità delle cose che si sanno davvero:
«Il rispetto è sempre la prima cosa. Appena ci giochi, con la montagna, con il vulcano, ti fa fuori».
È quello che ha imparato dalle guide che lo hanno preceduto, ed è quello che trasmette a chi inizia. Non si tratta di reverenza romantica verso la natura: si tratta di una regola operativa, pratica, che sul vulcano ha il valore di una norma di sicurezza.
Un parco scollato da sé stesso
Il nodo più critico, però, è quello della governance. Il parco dell’Etna esiste come entità istituzionale, ma nella percezione di chi ci lavora quotidianamente le sue componenti — il parco stesso, i comuni, la regione, le guide — agiscono in modo autonomo e spesso non coordinato. “Tutte le realtà si muovono in autonomia, spesso scollegate l’una dall’altra”, ci dice in sintesi.
Il problema non è solo organizzativo: è strategico. Chi viene sull’Etna, osserva, vuole trovare “un posto pulito, gestito”. La conservazione del territorio è la premessa di qualsiasi sviluppo turistico sostenibile. Ma senza una regia comune, questo obiettivo rimane frammentato in tante buone intenzioni separate.
Il vino che l’Etna non sapeva di avere
C’è però una storia di successo, concreta e visibile, che Biagio cita come esempio di cosa può accadere quando un territorio recupera il proprio valore: il vino etneo. Cinquanta, sessant’anni fa, molti lasciavano queste zone per le città. Negli ultimi trent’anni, la viticoltura sull’Etna ha vissuto una rinascita straordinaria — recuperando vigneti abbandonati, costruendo una reputazione internazionale, generando occupazione.
«Oggi l’Etna è famoso nel mondo anche grazie al vino», dice. E non è un primato secondario. È la dimostrazione che il connubio tra identità del territorio e valorizzazione economica può funzionare — se c’è volontà di costruirlo.
UNESCO: un titolo che nessuno usa
Il punto più amaro dell’incontro riguarda il riconoscimento UNESCO. Il parco dell’Etna è patrimonio dell’umanità — un titolo che, nelle Dolomiti, è diventato un motore di sviluppo, di comunicazione, di attrattività internazionale. Sull’Etna, invece, questo riconoscimento resta “oscurato”.
«Potremmo essere qualcosa di più, molto di più», dice. “Ma c’è una mancanza di presenza delle istituzioni.”. Non è una critica generica: è la descrizione di un’opportunità sprecata, che pesa soprattutto sulle comunità che vivono attorno al parco e che da quel titolo potrebbero trarre benefici concreti.
L’Etna, alla fine, non ha bisogno di invenzioni narrative. Ha la geologia, il paesaggio, la biodiversità, il vino, la storia, il fuoco. Ha tutto. Quello che manca, dice chi ci vive da quarant’anni, è qualcuno che abbia la volontà — e il coraggio istituzionale — di metterle insieme valorizzandole a beneficio di tutti.



