
Elena Sgaravatti, vicepresidente di Assobiotec: «Per arrivare sul mercato servono fino a dieci anni, contro i due o tre di altri Paesi. Così rischiamo di perdere ricerca, imprese e giovani talenti»
Dai biofertilizzanti agli enzimi che aiutano a degradare la plastica, dalle nuove varietà vegetali alla fermentazione di precisione. Le biosoluzioni stanno entrando nell’agricoltura e nell’industria e, secondo Elena Sgaravatti, vicepresidente di Assobiotec-Federchimica, possono diventare uno degli strumenti della transizione ecologica e della nuova autonomia strategica europea. Il problema è trasformare la ricerca in prodotti e impianti industriali.
Sgaravatti, che cosa intendiamo per biosoluzioni?
«Sono prodotti o processi generati da microrganismi, enzimi, funghi e altri organismi biologici. Soluzioni ispirate alla natura, efficienti e soprattutto sostenibili. Le applicazioni sono trasversali: nell’agricoltura abbiamo biofertilizzanti e piante più resistenti alle malattie, alla salinità o alla siccità; nell’industria gli enzimi possono contribuire a degradare la plastica oppure permettere, nei detergenti, di lavare a temperature inferiori, riducendo il consumo energetico».
Perché diventano così importanti proprio adesso?
«Perché dobbiamo produrre di più, soprattutto in campo alimentare, utilizzando meno risorse. Il cambiamento climatico e l’aumento della popolazione ci pongono davanti a questa necessità. Le biosoluzioni possono dare una risposta concreta
L’Europa è competitiva in questo settore?
«Abbiamo eccellenze nella ricerca e imprese pronte a competere. Il problema sono le barriere regolatorie. Per alcune biosoluzioni, come i biofertilizzanti, in Italia e in Europa possono essere necessari dai cinque ai dieci anni per arrivare sul mercato. In Paesi come Stati Uniti, Cina, India, Australia o Nuova Zelanda ne bastano due o tre. Il rischio è che innovazioni e aziende nate qui finiscano per svilupparsi altrove».
Che cosa chiedete all’Europa?
«Innanzitutto un’attuazione rapida della normativa sulle TEA, le tecniche di evoluzione assistita, che possono consentire di ottenere varietà più resistenti alla salinità e ai patogeni. Servono investimenti nella ricerca e nel miglioramento genetico, una tutela equilibrata della proprietà intellettuale e anche un’informazione pubblica fondata sulle evidenze scientifiche. Dobbiamo recuperare fiducia nella scienza, ma anche imparare a raccontarla con un linguaggio più semplice».
E sul fronte industriale?
«Dobbiamo trasformare il potenziale scientifico in prodotti e processi disponibili sul mercato. Servono procedure autorizzative più rapide, strumenti finanziari che riducano il rischio e investimenti nelle bioraffinerie e nell’economia circolare. All’Italia mancano anche impianti di scale-up, capaci cioè di accompagnare un’innovazione dal laboratorio alla dimensione industriale».
C’è anche il tema del lavoro e delle competenze.
«Certamente. La bioeconomia può generare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro e ogni occupato nel biotech produce ricadute più ampie. Inoltre dobbiamo trattenere i nostri giovani ricercatori, offrendo stipendi adeguati e incentivi alle assunzioni. Occorre costruire un ecosistema nel quale collaborino università, startup, imprese, istituzioni e cittadini».
Innovazione e agricoltura tradizionale rischiano di entrare in conflitto?
«Non devono. TEA, nuove tecniche genomiche e fermentazione di precisione non sono necessariamente alternative alla produzione tradizionale: possono procedere in parallelo e completarsi a vicenda. Le contrapposizioni non aiutano né l’agricoltura né l’innovazione. Mi piace ricordare che, in fondo, la tradizione è un’innovazione ben riuscita».
Le biosoluzioni hanno anche un valore geopolitico?
«Assolutamente. Possono renderci più autonomi e resilienti, diminuendo la dipendenza europea dalle forniture estere. In una fase come quella attuale, accelerarne l’utilizzo diventa quindi anche una scelta strategica».
Lei parla di una nuova rivoluzione industriale.
«Gli enzimi ne sono un esempio: sono acceleratori naturali delle reazioni, già presenti nel nostro organismo e negli alimenti, ma possono essere utilizzati anche per ridurre l’impatto della plastica o affrontare problemi legati alla salinità delle acque. Credo che assisteremo a una rivoluzione benefica: una trasformazione capace di produrre grandi risultati imparando dalla natura».
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