L’Asinara, prigione e musa: intervista a Enrico Mereu

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Di Danilo Guenza

C’è un luogo in Italia che racchiude in sé il dualismo più crudo: la sofferenza della reclusione e una bellezza naturale quasi indescrivibile. Questo luogo è l’Isola dell’Asinara, nel nord-ovest della Sardegna, di fronte a Stintino. Ed è qui che Enrico Mereu, artista e scultore, ha trovato la sua “seconda mamma” e la sua ispirazione più profonda.

Per circa vent’anni, Mereu ha servito l’Asinara non come artista, ma come sottufficiale della Polizia Penitenziaria, un ruolo che lo ha messo a contatto con alcuni dei criminali più noti della storia italiana—da Totò Riina a Raffaele Cutolo, fino ai brigatisti Curcio e Franceschini. Ironia della sorte, l’isola che ospitava ben undici carceri era anche il luogo dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellino stesero parte dell’ordinanza per il maxi-processo del 1985.

L’Isola complice e la scoperta dell’arte

Mereu, che oggi si dedica completamente all’arte, ha raccontato a CC23 Insight come l’Asinara sia diventata la sua “complice”. Nonostante le “vicissitudini” vissute nel carcere, l’isola con la sua bellezza selvaggia e le sue caratteristiche uniche ha “triplicato” la sua vena artistica, forgiandolo “intellettualmente e culturalmente”.

La sua storia d’artista, tuttavia, inizia ben prima, intorno ai sette anni, quando scoprì le sue doti di pittore e scultore. Il suo metodo è singolare: “Non è che realizzo quello che sento io dentro, è proprio quello che vedo al momento,” spiega. Intravede figure già pronte dentro la materia, in particolare nelle pietre e, sull’Asinara, nei legni.

Il legno spiaggiato, un dono della natura

Mereu, per rispetto dell’ambiente e in quanto ambientalista, ha scelto di non scolpire le pietre locali. Ha invece trovato la sua materia prima nel legno spiaggiato che il mare gli regala. Arrivato sull’isola nel 1980, ha iniziato a raccogliere i tronchi portati dalle mareggiate—quelli che per i navigatori erano “mine vaganti”—scoprendo una durezza incredibile dopo decenni in acqua salata.”Toglievo la corteccia e vedevo proprio il pulpito del legno vivo. Se secco, il legno per me è sempre vivo.”

Dalle sue mani sono nati circa un migliaio di sculture in legno sull’isola, tra cui Cristi e figure umane, alcuni alti fino a quattro metri e oggi esposti nelle chiese. Questo legno, trasformato in arte, è un “regalo che mi dà la natura,” sottolinea.

Foto di Danilo Guenza

Dall’ordine alla libertà: l’arte come riscatto

Oggi, Mereu ha completato la sua maturazione artistica, passando dal figurativo a un astratto figurativo più personalizzato, un “timbro” riconosciuto anche da critici d’arte come Giorgio Falusi.

Il dualismo tra l’ambiente crudo del carcere e la sensibilità artistica è il cuore della sua esperienza. Mereu è riuscito a portare l’arte anche tra i reclusi, insegnando pittura in diversi istituti. L’arte, per lui, è una via di riscatto.

“Io evadevo con l’arte, ma evadevo nel senso figurato da quella prospettiva dell’ambiente crudo… mi sentivo leggero come un fuscello.”

Il dialogo attraverso l’arte era fondamentale: “Ci tenevano a queste cose… È un modo secondo me per dialogare pure con le persone che hanno questo [bisogno].”

In pensione, Enrico Mereu e sua moglie hanno scelto di rimanere gli unici abitanti residenti permanenti sull’isola. Il loro impegno si è allargato al sociale: dal 2019 hanno aperto un’associazione per la disabilità e l’autismo.

“Fare del bene,” conclude lo scultore, “tanto più con queste persone che hanno bisogno,” è una felicità che si aggiunge a quella data dall’arte. Dalla custodia di criminali alla cura dell’anima umana, la vita di Enrico Mereu è la testimonianza che la bellezza più intensa può nascere anche dalle circostanze più difficili.

Foto di Danilo Guenza

 

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