L’Alcantara tra basalto e neve: il fiume che la Sicilia non sa ancora raccontare.

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Incontro con Valentina Tamburino, Direttrice del Parco fluviale dell’Alcantara, tra biodiversità, governance frammentata e il sogno di un territorio che si riappropria di sé.

Scorre tra i territori di Catania e di Messina, alimentato dalle nevi dell’Etna che lo ha reso celebre tra geologi e fotografi di natura. Eppure l’Alcantara rimane, a tutti gli effetti, un fiume poco conosciuto al grande pubblico. Non per mancanza di bellezza — tutt’altro — ma per una combinazione di marginalità infrastrutturale, frammentazione istituzionale e, forse, un difetto narrativo che il Parco fluviale sta cercando di correggere.

A guidarci lungo le sponde di questo ecosistema è Valentina Tamburino, Direttrice del Parco che, dice, “è contraddittorio, come il resto della Sicilia”.

L’acqua che viene dall’alto

Il fiume, spiega Tamburino, nasce nel territorio di Randazzo e scorre verso il mare attraversando due nature geologiche profondamente diverse: da un lato le formazioni basaltiche di origine vulcanica, dall’altro terreni alluvionali. Questa dualità non è solo paesaggistica — plasma il carattere stesso dell’acqua che lo attraversa.

Nel periodo invernale il fiume porta con sé i residui delle piogge e delle perturbazioni con acque torbide ricche di sedimenti. In estate, invece, il regime cambia radicalmente: l’Alcantara si alimenta delle sorgenti sotterranee che raccolgono l’acqua di scioglimento delle nevi etnee.

«La neve si scioglie e si accumula in questi serbatoi — li consideriamo come una spugna che rilascia l’acqua lentamente», racconta Tamburino. Il risultato è un’acqua fredda, con pressione e densità particolari, che mantiene caratteristiche costanti lungo tutto il corso del fiume. “Un’acqua fragile”, la definisce, quasi con reverenza.

Un territorio frammentato — e le sue ragioni

La scarsa notorietà del fiume è, secondo Tamburino, il risultato diretto di una marginalità strutturale. “Non vi sono molte infrastrutture dal punto di vista ricettivo”, osserva, “ed è difficile scoprirne l’intera zona”. Ma il problema ha radici più profonde: il bacino dell’Alcantara si articola tra due province, due culture locali e una governance che fatica a parlarsi.

La missione del Parco ci dice la Direttrice, è esattamente quella di costruire un filo comune. Sul piano pratico, questo significa innanzitutto creare percorsi che attraversino l’intero territorio, integrando turismo, agricoltura e conservazione naturalistica. Sul piano politico, significa convincere i comuni e i loro rappresentanti che le scelte del Parco, pur orientate alla tutela ambientale, producono ricadute economiche concrete.

“Noi siamo i naturalisti, gli ambientalisti: siamo sempre visti come secondari”. Una frustrazione che conosce bene chiunque lavori nella gestione di aree protette italiane.

Crescere, per essere ascoltati

Una delle risposte del Parco è espansione. La superficie attuale è di 19.000 ettari; con il nuovo perimetro proposto, si arriverebbe a 33.000 ettari, inglobando nuovi comuni e comunità. “Questo dovrebbe consentire di avere un approccio al territorio con maggiore forza, con maggiore peso”, spiega Tamburino. Più superficie, più interlocutori istituzionali, più capacità di negoziazione.

Sul fronte scientifico, il Parco collabora anche con l’Università di Catania per studi sull’ecologia delle fonti idriche e sull’impatto ambientale delle attività umane lungo il fiume.

L’Etna come risorsa, non come minaccia

Alla domanda su come il vulcano — con le sue eruzioni, il suo microclima, la sua geologia — incida sull’ecosistema fluviale, Tamburino risponde con una distinzione netta: la lava non raggiunge mai il fiume. Il contributo dell’Etna è di altra natura. È il microclima che condiziona le colture — viticoltura, frutta, verdura — con caratteristiche organolettiche uniche. È l’acqua che, sciogliendosi, percorre i sottopassaggi vulcanici e “riemerge, rivede la luce” con caratteristiche chimiche peculiari. È, in fondo, energia.

I giovani, la terra, la contraddizione

Il territorio, dice Tamburino, è contraddittorio. Da un lato, le nuove generazioni lasciano: le opportunità di lavoro scarseggiano, e la terra non basta a trattenerle. Dall’altro, arrivano nuovi abitanti — dal Nord Italia, dalla Germania, dalla Francia — che si insediano nelle zone agricole, coltivando secondo le tecniche tradizionali del territorio e costruendo modelli di commercializzazione sostenibili.

È un paradosso che il Parco non risolve, ma accetta come parte della propria identità. Il lavoro educativo nelle scuole, il presidio nei confronti delle comunità locali, la costruzione di consapevolezza ambientale nelle nuove generazioni: sono obiettivi a lungo termine, che si misurano in decenni, non in mandati.

Dalle zone umide al futuro

Tra i progetti più concreti e simbolicamente significativi, Tamburino descrive il recupero di due zone umide — una a Castiglione di Sicilia, l’altra a Moio — , zone abbandonate per decenni, occupate da rifiuti e dall’incuria. Grazie a un progetto finanziato dall’Unione Europea, queste aree sono state ripristinate attraverso interventi di ingegneria naturalistica e idraulica, e con la conservazione del germoplasma locale.

Quarant’anni fa erano corridoi migratori per l’avifauna, le cicogne. Oggi stanno tornando ad esserlo. “L’obiettivo non è solo ripristinare la zona umida”, precisa Tamburino, “ma creare un punto di partenza per le comunità locali”. I bambini dei villaggi vicini stanno per ritrovare i laghi che i loro nonni ricordano.

È forse questa — più dei dati idrologici, più dei parametri catastali, più dei negoziati istituzionali — la misura più autentica del lavoro del Parco. Restituire a un territorio la capacità di raccontarsi.

Foto di Danilo Guenza
Foto di Danilo Guenza
Foto di Danilo Guenza

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