L’AI non sostituirà l’artista: «Sarà un nuovo pennello, ma il cuore dell’arte resta umano»

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Per Philip Abussi, Evangelist dell’Intelligenza Artificiale, compositore e artista, l’AI non rappresenta certo la fine della creatività, bensì l’inizio di una nuova stagione espressiva. E Philip lo sa bene confrontandosi con questa tecnologia quotidianamente sia intellettualmente che professionalmente ad esempio nei suoi lavori per dei grandi eventi a Dubai, in Arabia Saudita o a Parigi.La prima regola da seguire nella ideazione supportata con i prompt dell’AI è di non dimenticare ciò che rende l’essere umano insostituibile: la vulnerabilità, l’esperienza, l’emozione. 

È questo il filo conduttore dell’intervista che ci ha rilasciato  e che potete ascoltare qui, in cui riflette sul rapporto tra la tecnologia AI come la conosciamo oggi e come si prevede sarà nel futuro, e l’arte.

Secondo Abussi, il primo equivoco da chiarire riguarda proprio la natura dell’intelligenza artificiale. «Non è un software tradizionale», spiega. Mentre un programma esegue istruzioni prestabilite, l’AI apprende attraverso il machine learning o il deep learning, utilizzando enormi, quasi infinite, quantità di dati. Che sono quelli che produciamo noi stessi o che gli diamo da “leggere” e da utilizzare.Ma l’AI non crea dal nulla: «Più che generare, trasforma». Per questo motivo mantiene sempre un margine di errore e richiede il controllo umano.

E quindi l’Arte. Può un’opera realizzata con il contributo dell’intelligenza artificiale avere lo stesso valore espressivo di un’opera nata esclusivamente dall’uomo? Per Philip la risposta non è netta, ma parte da una convinzione precisa: l’arte nasce dalla condizione umana. «Ciò che ci rende umani sono i sentimenti». È un concetto maturato anche attraverso un originale esperimento che Philip ha realizzato lo scorso anno: la creazione di un agente conversazionale ispirato e creato come fosse il famoso filosofo Aristotele, con il quale ha dialogato pubblicamente proprio sul significato di Arte. 

Nel confronto, il filosofo virtuale arrivava addirittura a chiedersi se «questa macchina stia uccidendo lo spirito», riaffermando il valore della natura umana, della sua vulnerabilità e della ricerca di senso. Più che una dimostrazione delle capacità dell’AI, l’esperimento è servito, racconta Abussi, a evidenziare il rischio di un progressivo impoverimento culturale della società contemporanea.

La trasformazione epocale in corso cambierà inevitabilmente anche il modo di produrre e vivere l’arte. «Se cambia la società, cambia anche l’Arte», osserva “perché sono elementi connessi. Non solo perché mutano gli strumenti creativi, ma anche perché cambia il pubblico e anche il modo di fruire l’arte. Abussi immagina un futuro nel quale l’AI diventerà parte della quotidianità tanto quanto oggi lo sono l’acqua calda o l’elettricità, fino ad arrivare all’ Artificial Superintelligence, capace di superare l’uomo nella comprensione dei contesti e nei processi cognitivi.

In questo scenario l’artista non scompare, continua Philip. Al contrario. L’intelligenza artificiale diventa «un nuovo colore sulla tavolozza», un nuovo strumento espressivo paragonabile a un pennello o a uno strumento musicale. È l’approccio che lo stesso Abussi ha adottato nel progetto W.A.R. un’opera dedicata alla guerra in cui la sua musica e immagini generate in tempo reale dall’AI, convivono per amplificare un messaggio profondamente umano: raccontare il dolore, la distruzione e il dramma dei conflitti contemporanei. L’intelligenza artificiale, spiega, non sostituisce l’emozione dell’artista, ma gli permette di tradurla con linguaggi nuovi.Lo stesso vale per la musica. Abussi rifiuta la contrapposizione tra musicisti e AI che può essere un’estensione delle capacità creative, capace di suggerire idee, mettere in discussione intuizioni già esplorate, accelerare la ricerca di soluzioni. Non un autore autonomo, ma un collaboratore. “Se costruito correttamente, un agente, può dialogare con te e suggerirti soluzioni o persino metterti in crisi creativamente. Ed è una cosa positiva. E l’ultima decisione resta comunque nelle tue mani”.

Accanto alle opportunità emergono però questioni etiche rilevanti. La prima riguarda il diritto d’autore. Abussi ricorda come molti degli attuali modelli siano stati addestrati utilizzando cataloghi musicali senza autorizzazione, in una sorta di «Far West» tecnologico- capitalista che solo ora sta iniziando a essere regolamentato. 

L’AI Act europeo rappresenta, a suo giudizio, un passo importante, anche se il legislatore rischia di rincorrere un’innovazione che evolve a velocità superiore, esponenziale.

Sul piano artistico, il compositore individua un altro rischio: l’omologazione della creatività e la progressiva trasformazione dell’arte in puro prodotto di marketing. È una deriva che considera persino più preoccupante della tecnologia stessa. «Quando l’arte diventa marketing puro viene svuotata del suo significato più profondo», afferma. L’opera deve continuare a provocare emozioni, interrogativi, persino rifiuto, stabilendo una relazione autentica tra chi crea e chi osserva.Per questo Abussi ritiene che i concerti dal vivo manterranno un valore insostituibile. Performance e spettacoli continueranno ad attirare pubblico perché le persone cercano ancora la presenza fisica dell’artista e la trasmissione diretta delle emozioni. In questi casi l’AI può essere un supporto organizzativo o creativo, ma non può sostituire l’esperienza umana.

L’intervista si chiude con uno sguardo più ampio sul futuro della società. “L’intelligenza artificiale”, osserva, “porterà inevitabilmente con sé nuovi interrogativi sul controllo dei dati, sulla previsione dei comportamenti e sulla concentrazione del potere nelle mani delle grandi aziende tecnologiche. La vera sfida sarà culturale etica e politica: preservare autonomia, spirito critico ed empatia in un mondo sempre più governato dalle macchine. Un giorno il tema sarà questo: come proteggere le nostre menti se un giorno le nostre menti saranno contenute all’interno di un cloud e tramite abbonamento, potremmo decidere quale tipo di esigenza avere, come accade adesso chi potrà fare cosa? Teniamo conto che con le nanotecnologie o il neuralink o sistemi, diciamo, neurocelebrali, collegati alle macchine, avremo la possibilità di attingere direttamente all’intelligenza artificiale nel nostro pensiero, quindi a livello cognitivo, senza neanche accorgerne. In un certo senso avremo una conoscenza collettiva più che una coscienza collettiva”

Per Philip Abussi, in conclusione, il futuro dell’arte non passa attraverso una contrapposizione tra uomo e macchina. La tecnologia può amplificare la creatività, ma non sostituire ciò che rende l’opera autentica: l’esperienza vissuta, la sensibilità e la capacità tutta umana di attribuire significato al mondo.

d.guenza@commcode23.com

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