L’acqua scomparsa: i casi di Teheran & Giacarta

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Di Danilo Guenza

Primo aspetto della questione. Un corpo umano è composto per circa il 65% da acqua. Senza bere possiamo resistere dai 3 ai 5 giorni massimo. Il pianeta Terra, dopo la foto scattata dallo spazio, fu ribattezzato il pianeta blu perché era evidente fosse composto principalmente d’acqua: ma è quella salata! L’acqua dolce, quella che usiamo per bere, per l’igiene, l’industria e l’agricoltura è circa il 2.5-3% del totale con l’1% intrappolato nei ghiacci delle calotte polari.

Secondo aspetto della stessa questione, quella di cui parleremo tra pochissimo. Circa il 9% della popolazione mondiale vive nelle megalopoli; parliamo di città con oltre 10 milioni di abitanti. E queste città sono 33 e oltre la metà si trova in Asia. Ma attenzione. Se prendiamo in considerazione le città di ogni dimensione, passiamo ad un 45% della popolazione mondiale cioè 3,7 miliardi di persone che salgono al 58% se a queste sommiamo anche i centri minori. Infine, le stime prevedono che nel 2050, oltre il 65% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. Vediamo le principali: Jakarta 42 milioni di abitanti; Dacca 40; Tokyo 34; Nuova Delhi 31. Mosca ne ha 13, Londra tra i 9 e gli 11, Parigi circa 11 e Roma meno di 3.

Ecco il quesito: come garantire acqua dolce alle popolazioni di questi enormi centri urbani consentendone la vita? È questo solo un tema “tecnico” delegato a ingegneri o scienziati oppure è una faccenda culturale e politica? Questo è esattamente ciò che riguarda i 10 milioni di abitanti di Teheran, in Iran, e quelli di Jakarta in Indonesia.

Per quanto a Teheran, forse più delle repressione del dissenso, più delle pressioni internazionali e dei bombardamenti israeliani o americani, è ciò che gli idrologi chiamano: “il fallimento dell’acqua”, la più grande crisi esistenziale dell’Iran. Al sesto anno consecutivo di estrema siccità con precipitazioni in calo dell’80% rispetto alla media storica e a ondate di calore fino a 50 gradi, la crisi idrica è esplosa e il Presidente Masoud Pezeshkian ha preannunciato che non vi era altra scelta che spostare la capitale in un altro luogo lontano, verso la costa in una zona umida. Un progetto che richiederebbe decine di anni e centinaia di miliardi di dollari di investimenti per essere realizzato.

Tutto sembra nascere dall’abbandono dei Qanat, cioè il sistema idrico sotterraneo che per oltre 2500 anni ha trasportato, per gravità, l’acqua di falda dalle montagne fino alle zone aride. Questa ingegneria generava l’invidia del mondo antico. Oggi l’ingegneria moderna, delle grandi opere, che prende il via prima della rivoluzione del 1979 ma viene poi accelerata dal governo degli Ayatollah, ha fortemente contribuito a creare questo disastro. Parliamo di troppe dighe costruite molte delle quali ormai semi prosciugate – si parla di una situazione al collasso con meno del 5% di capacità. Ma anche ad un prelievo sconsiderato di acqua dal sottosuolo tramite pozzi che ha contribuito a un diffuso affondamento del suolo e al collasso dell’ecosistema in molte aree nell’Iran.

Questa drammatica situazione ha anche un forte impatto sull’agricoltura che sta morendo. La legge iraniana, arrivata dopo la rivoluzione, stabilisce che l’85% del cibo domestico sia prodotto localmente ma il Paese non ha le capacità idriche e del suolo per rispettarla nonostante oltre il 90% dell’acqua sia destinata all’agricoltura. Oggi molti contadini hanno perso il lavoro, case e terreni e sono stati costretti a migrare insieme a cittadini e imprese.

E poi c’è il caso Giacarta, la ex capitale che affonda e per questo è stata spostata nel Borneo, in quella che è attualmente una foresta. Nusantara è stata ufficialmente inaugurata nel 2024 ed è previsto sia ultimata nel 2045. Ricordiamo tutti l’alluvione del 2007 di Giacarta causata da piogge torrenziali, che causò 25 vittime accertate ed oltre 340mila abitanti in fuga. La città fu sommersa per circa il 75% mandando sotto 3 metri d’acqua centri commerciali e residenziali.

La città è costruita su un delta dove si riversano 13 fiumi e per molti anni le inondazioni sono state uno dei maggiori problemi. Oggi però la città sta affondando ad una velocità incredibile e poco meno della metà della superficie della città è sotto il livello del mare. Livello che cresce a causa dell’innalzamento del mare frutto della crisi climatica, ma il motivo più rilevante è il prelievo di acqua dolce dal sottosuolo della città per mezzo di pozzi scavati in profondità, con la rete idrica che copre appena un quarto della città. Si stima siano un numero di molto superiore ai 4000. Inoltre la città non gode di una politica urbanistica che favorisce gli spazi verdi che consentirebbero alle piogge di defluire e ricaricare le falde acquifere sotterranee ormai esauste. Oggi meno del 10% della città è “verde” e le acque piovane scorrono in mare disperdendosi.

Uno studio pubblicato nel settembre del 2025 su Nature Communication lancia l’allarme e predice un forte tema di scarsità di acqua per oltre il 70% della terra e della popolazione che qui vive. Al World Economic Forum di Davos, l’ACEA di Roma – la multiutility che governa l’acqua nella capitale italiana, secondo operatore europeo, assieme all’Università di Cambridge, hanno presentato un piano di investimento in “infrastrutture dell’acqua” per oltre 6500 miliardi di euro da spendere entro il 2040, per costruire o ammodernare le strutture idriche del pianeta che oggi peraltro perdono acqua (in Italia il 40% di quello che trasportano!).

L’acqua va considerata quindi come una risorsa strategica fondamentale per l’economia, la capacità di adattarsi al cambiamento climatico, l’inclusione sociale e la salute di milioni di persone. È ormai chiaro che la corretta “gestione dell’acqua” non è un fatto ideologico per attivisti climatici – come si dice sempre più spesso per sviare e confondere -: il tema è politico.

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