Di Danilo Guenza
La Groenlandia sta facendo molta notizia per le dichiarazioni del Presidente USA Trump che parla di questo Paese come di una necessità geo strategica irrinunciabile per la sicurezza USA, al punto di voler entrare in possesso del territorio Danese nel più breve tempo possibile. Qualche commentatore aggiunge a questo interesse militare, anche la presenza nel sottosuolo dell’isola più grande del mondo, dei metalli rari, un mercato oggi dominato dalla Cina.
Ma forse c’è un altro elemento rimasto fino ad ora sottotraccia: i data centre essenziali al funzionamento dell’economia digitale.
Cominciamo da un dato di fatto: le Big Tech sono molto vicine all’attuale Presidenza USA. Fin dalla presenza massiccia dei fondatori, proprietari e CEO delle maggiori aziende tecnologiche del pianeta alla cerimonia dell’insediamento. Possiamo aggiungere l’incarico affidato a Elon Musk – uno dei principali finanziatori dell’elezione di Trump – e, infine, il pranzo offerto dalla Casa Bianca a Mark Zuckemberg (Meta), Tim Cook (Apple), Sam Altman (Open AI), Sundar Pichai (Google) , Satya Nadella (Microsoft) Bill Gates, Dara Khosrowshahi (Uber), Arvind Krishna (IBM) e altri.
Il mercato della gestione dei dati a livello planetario è sostanzialmente nella mani di questi leader del settore digitale. Queste informazioni che produciamo a miliardi ogni giorno, sono indispensabili ad alimentare i servizi offerti dalle App che abbiamo sui nostri cellulari o computer, ma anche indispensabili per tutte le aziende e per il settore della difesa generando un giro d’affari di migliaia di miliardi di dollari.
E con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale la crescita prevista è esponenziale.
L’ insieme di dati generati quotidianamente dall’umanità e dalle macchine che utilizziamo, ha bisogno di essere stipato e immagazzinato per essere elaborato in computer posizionati in luoghi fisici: i Data Centre.
I Data Centre (DC) sono delle strutture critiche e strategiche. Sono luoghi fisici che ospitano macchine come server, sistemi di storage e apparati di rete. Hanno dimensioni di decine di migliaia di metri quadrati.
Ovviamente questi sistemi complessi consumano molta energia ed hanno bisogno di essere raffreddati al punto che Amazon guarda allo spazio progettando data centre orbitanti alimentati a pannelli solari capaci di operare a zero consumo idrico. La Cina dal canto suo vanta il data centre più esteso al mondo e il primo DC sottomarino che tra l’altro, gli permette di abbattere i costi di raffreddamento del 90%.
I DC consumano una quantità di energia stimata tra l’1% e il 3% della domanda elettrica mondiale. Questo consumo peraltro in continuo aumento, è dovuto sostanzialmente alla richiesta dei nuovi modelli e sistemi di Intelligenza Artificiale. Si stima che entro il 2030 i DC arriveranno a consumare poco più dell’attuale consumo complessivo di energia del Giappone!
Il raffreddamento fa la parte del leone nel consumo energetico raggiungendo la considerevole cifra del 50% del consumo totale. Ma oltre all’elettricità i sistemi di raffreddamento a evaporazione possono consumare milioni di litri di acqua al giorno.
Per tener testa a questo continuo e costoso aumento della potenza di calcolo si è alla continua ricerca di soluzioni sostenibili come la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili o l’utilizzo di tecnologie come il liquid cooling che permette di ridurre drasticamente il consumo di energia rispetto ad altri metodi tradizionali. Per questa tecnologia si parla di un valore di 15,3 miliardi di dollari entro il 2032.
Tanto per dare un parametro di riferimento, seppur approssimativo, di cosa sta accadendo, OpenAI ha stimato che l’addestramento di GTP3, il Large Language Model con cui si è inizialmente rilasciato al pubblico ChatGTP, ha richiesto l’utilizzo di centinaia di Data Centre tradizionali per supportare le risorse computazionali necessarie.
Ma dove sono e dove conviene costruire i Data Centre?
Attualmente 2024, la maggior parte sono negli USA 5.381, poi UE (con Germania 521, Francia 315, Italia 168, Polonia 144 e altri) , UK con 514 e Cina con 449. In Russia ne risultano 251
(Fonte: Sole24Ore by Cloudscene/Statista).
Gli elementi cruciali per definire il luogo dove costruire i futuri DC, sono l’infrastruttura energetica disponibile che deve essere affidabile e sostenibile; il basso rischio di catastrofi naturali; il clima freddo per ridurre i costi di raffreddamento (cooling), l’enorme disponibilità di acqua oltre alla logistica intesa come collegamento alle reti dati globali.
Ed eccoci arrivati alla Groenlandia e al suo valore strategico individuato anche dalle Big Tech guidate dai signori di cui sopra.
In questo immenso e quasi disabitato territorio, sono presenti ben 25 delle 34 materie prime considerate critiche dalla UE per il settore.
La KoBold Metal, sostenuta da investitori quali Jeff Bezos e Bill Gates o Reid Hoffman, ha già iniziato l’esplorazione mineraria per individuare i metalli critici e non solo come è ad esempio il Nickel, un metallo dalla disponibilità molto colpita dalla guerra in Ucraina.
Ma il valore della Groenlandia, dal punto di vista dei data centre, è soprattutto energetico.
Parliamo della necessità di disporre di “freddo” per ridurre il consumo energetico e della possibilità di disporre di enormi quantità di acqua.
Infine, l’eventualità di “sperimentare” nuove tutele legali – o per meglio dire il superamento di queste – grazie agli sconfinati e praticamente disabitati spazi offerti dall’isola artica; negli USA si valuta siano bloccati circa 60 mld di dollari di nuovi progetti a causa di proteste di comunità locali.
Aggiungiamo al menù che la Groenlandia è già collegata al resto del mondo tramite cavo sottomarino: il Greenland Connect in funzione dal 2009.
Non è quindi un caso che l’azienda Groenlandese Tussass – monopolista del servizio di poste e telecomunicazioni attiva dal 1879 – ha pianificato la costruzione di un Data Centre a Nuuk con consegna prevista nel 2026.
La domanda ora è: resterà questo l’unico progetto?