La 1^ guerra dell’Acqua in Medio Oriente?

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Di Danilo Guenza

Nella guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran (per il momento), le bombe e i missili cadono numerosi su obiettivi strategici e mirati, secondo le dichiarazioni ufficiali dei rispettivi apparati: sono pur sempre “intelligenti” anche se ogni tanto qualche “errore” lo fanno.

E quindi, anche gli attacchi portati in questi giorni agli impianti di desalinizzazione che forniscono l’acqua potabile alle popolazioni dei Paesi coinvolti, dobbiamo presumere, siano voluti e non casuali.

Cosa rende questi impianti obiettivi strategici tanto quanto raffinerie, installazioni radar, basi militari, sistemi di lancio missilistici, navi da guerra o trasporto, ecc.?

Il contesto nel quale si svolge questo conflitto è arido, molto arido.

Il Medio Oriente è la regione più arida del pianeta. Con meno del 2% delle risorse idriche di acqua dolce, ospita il 6% della popolazione globale.

In questo scenario la desalinizzazione è diventata una tecnologia salvavita per decine di milioni di persone.

Nello specifico Israele dipende per il 60% dalla desalinizzazione utile a 9.5 milioni di persone; L’ Arabia Saudita per il 70% – 35 milioni; gli Emirati Arabi Uniti per il 42% -10 milioni; Kuwait il 95% – 4,5 milioni; il Qatar per oltre il 90% – 3 milioni.

Per l’Iran non c’è un dato certo data anche la vastità del Paese ma per le sole aree costiere, è sicuramente molto elevato e in crescita – almeno 15 milioni di persone sugli oltre 90 milioni di abitanti.

Qui non si parla di sola acqua “per bere” ma anche per sostenere l’agricoltura, le industrie e il turismo. E quando e se queste infrastrutture vengono colpite l’impatto, soprattutto sulle grandi città, è immediato, catastrofico e potenzialmente irreversibile nel breve periodo.

Le malattie a trasmissione idrica — colera, tifo, epatite A, dissenteria — si diffondono rapidamente nelle prime settimane di crisi idrica. I bambini sotto i cinque anni e gli anziani sono i più vulnerabili e registrano tassi di mortalità elevati. Le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano che una crisi idrica grave in una città di un milione di abitanti può causare decine di migliaia di morti in poche settimane se non vengono attivati meccanismi di emergenza.Gli ospedali richiedono quantitativi enormi di acqua pulita per funzionare.
In assenza di acqua, le strutture sanitarie cessano di operare normalmente in meno di 24 ore. Gli interventi chirurgici vengono sospesi, le unità di terapia intensiva non possono garantire i protocolli di sterilizzazione, i neonati e i pazienti post-operatori sono esposti al rischio di infezioni letali.
Anche gli impatti sul settore agricolo che va sempre ricordato, assorbe tra il 60 e il 90% delle risorse idriche disponibili, riceverebbe un colpo durissimo da una crisi idrica prolungata dipendente dalla mancanza di approvvigionamento costante di acqua dolce dagli impianti di desalinizzazione con effetti che si protrarrebbero per anni. L’Arabia Saudita e alcuni Paesi del Golfo, oltre alla stessa Israele, hanno investito molto anche in nuove tecnologie, coltivazioni idroponiche o serre per ridurre la dipendenza dalle importazioni di cibo.
Per non parlare dell’impatto devastante sul turismo.
Gli impianti di desalinizzazioni presenti nell’area consumano molta energia ma questo elemento apparentemente non sembra un grave problema data la disponibilità di petrolio e gas a basso costo anche se però necessitano di approvvigionamento elettrico continuo e regolare – superate le 24/48 ore di assenza di energia possono subire danni che richiedono mesi e centinaia di milioni di dollari per il ripristino di ogni impianto. La vulnerabilità è quindi doppia considerando che colpire le infrastrutture energetiche equivale a colpire quelle idriche. Questi impianti sono inoltre molto vulnerabili trovandosi lungo le coste e in aree esposte.

L’area geografica presenta differenze e specificità. Ad esempio Israele ha sviluppato uno dei più avanzati sistemi idrici al mondo con un tasso di riciclo delle acque reflue dell’85% e i 5 grandi impianti di desalinizzazione, essendo posizionati lungo le coste del mediterraneo, sono considerati vulnerabili e priorità per la sicurezza nazionale.
L’Iran, a prescindere dal conflitto, ha una crisi idrica strutturale severa in corso da anni, sia per cause climatiche sia per il sovrasfruttamento agricolo delle risorse, che ha già generato proteste e instabilità sociale. Oltre al previsto spostamento della capitale Teheran in altra zona del Paese.
I Paesi del Golfo quali Arabia Saudita, Emirati, Kuwait e Qatar dipendono quasi completamente dalla desalinizzazione – la Saudi Water Authority gestisce 30 impianti di desalinizzazione ed è la più grande al mondo.

Ma tra attaccare una installazione militare e un impianto per la desalinizzazione c’è una differenza significativa: gli attacchi deliberati alle infrastrutture idriche costituiscono crimini di guerra secondo la Corte Penale Internazionale.
Il diritto internazionale umanitario, prevede protezioni specifiche per le infrastrutture idriche. La Convenzione di Ginevra (1977) vieta di attaccare o distruggere oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, citando esplicitamente le installazioni e le riserve di acqua potabile. L’articolo 56 estende protezioni simili alle opere contenenti forze pericolose (dighe, dighe di contenimento).
Nel 2010, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto esplicitamente il diritto all’acqua sicura e pulita come diritto umano fondamentale.

Ma mentre l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) monitora la sicurezza degli impianti nucleari, non esiste un equivalente organismo internazionale con mandato specifico per le infrastrutture idriche.

Purtroppo la storia recente del Medio Oriente ci presenta molti casi nei quali l’acqua è diventata un’arma.

Conflitto siriano del 2012-2020 con attacchi alla stazione di pompaggio di Wadi Barada che forniva acqua ai 5 milioni di abitanti di Damasco e non solo; il conflitto Yemenita iniziato nel 2015 che ha comportato la distruzione delle strutture idriche di Sana’a, Aden e altre città con la conseguente esplosione di una delle peggiori epidemie di colera del XXI secolo; Iraq con gli attacchi dell’Isis alle dighe di Mosul – dove furono schierati militari italiani tra il 2016 e il 2019 – e Haditha.

Per non parlare del recente drammatico caso di Gaza.

Prima dell’attacco Israeliano del 2023, Gaza era totalmente dipendente dai circa 150 impianti di desalinizzazione dell’acqua avendo anche la falda acquifera costiera inquinata per il 90% e quindi non potabile. L’interruzione dell’erogazione di energia elettrica voluta dal Ministro Israeliano Israel Katz il 9 ottobre del 2023, ha generato una riduzione di accesso all’acqua del 95% (CSIS ottobre 2024) e una disponibilità acqua per i bambini di circa 1.5/2 litri al giorno contro i 3 litri al giorno considerati soglia di sopravvivenza (AJPH del 2025)

La storia insegna molto. Innanzi tutto che il rapporto in percentuale tra morti militari e civili nelle guerre si è completamente capovolto passando dal 60% morti militari e 40% dei civili della Prima Guerra Mondiale ai 33% – 67% della Seconda Guerra Mondiale, al 20% – 80% della Guerra del Vietnam, al 15% – 85% civili della Guerra dell’Iraq per arrivare ai cosiddetti “conflitti moderni” con rapporto 10% di perdite di vite umane tra i militari e il 90% tra i civili. Dati che fanno rabbrividire.
E poi, che le guerre che colpiscono le infrastrutture idriche, non finiscono con la firma degli armistizi: le conseguenze si protraggono per generazioni, attraverso la contaminazione delle falde acquifere, la salinizzazione dei suoli, il collasso dei sistemi di salute pubblica e la memoria collettiva di un trauma che segna intere popolazioni. La tutela dell’acqua non è solo un obbligo giuridico: è il fondamento stesso della civiltà umana in una regione che ha saputo, nei millenni, trasformare il deserto in vita.
Vediamo se la storia di questa guerra ci indicherà, finalmente, anche la necessità, non più rimandabile, di un cambio di paradigma di sviluppo economico e relazioni politiche e sociali tra gli uomini segnando definitivamente il tempo del passaggio dalla definizione di Pianeta Terra a Pianeta Acqua.

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