Di Danilo Guenza
L’inizio del 2026 con i suoi accadimenti drammatici a cominciare dalla svolta impressa dal Presidente Trump alla politica americana, ha segnato un punto di svolta critico (anche) nel dibattito globale su ambiente, politica ed etica. In questa intervista, il Professor Gianfranco Pellegrino, docente di Scienze Politiche presso l’Università Luiss Guido Carli, delinea una connessione profonda e inquietante tra l’instabilità geopolitica e la nostra dipendenza dai combustibili fossili. Secondo Pellegrino, quello che stiamo osservando in scenari come quello venezuelano non è solo un colpo di stato o una crisi locale, ma il sintomo di un fallimento sistemico annunciato.
Le Energie Rinnovabili come fattore strategico di Pace.
Il concetto cardine da cui muove Pellegrino è la cosiddetta maledizione delle risorse. Questa teoria suggerisce che i paesi ricchi di risorse naturali, in particolare petrolio e minerali rari, tendano paradossalmente a soffrire di maggiore instabilità politica. Il petrolio, in questo senso, non è solo una fonte energetica, ma un catalizzatore di enormi ricchezze, corruzione e conflitti.
Il caso del Venezuela è l’ultimo esempio di come l’oro nero possa trasformarsi in una trappola. In un mondo che non ha ancora trovato la forza di decarbonizzare attraverso un cambiamento di paradigma nella produzione di energia e dei consumi, le potenze globali mantengono un interesse predatorio verso questi giacimenti, alimentando tensioni che minano la pace mondiale. Pellegrino sottolinea che, se la nostra civiltà si fondasse su energie rinnovabili e diffuse e quindi non concentrate in singoli Paesi o aree, l’interesse strategico per il controllo di tali territori svanirebbe, rimuovendo alla radice una delle principali cause di guerra. E quindi spingendo la politica verso forme di collaborazione e di pace.
Investire in Petrolio: Una visione Miope e di Retroguardia.
Il 2025 si è concluso come uno degli anni più caldi della storia, ma la risposta politica internazionale è stata giudicata da Pellegrino come disastrosa. La COP di Belém avrebbe dovuto rappresentare il riscatto della partecipazione civile, tenendosi in un paese democratico dopo edizioni ospitate da nazioni con forti restrizioni alle libertà. Al contrario, l’influenza delle lobby petrolifere ha bloccato ogni progresso significativo, portando a risultati minimali.
Questo stallo ha indebolito strumenti come il Green Deal europeo e ha lasciato spazio a politiche di retroguardia quale quella USA mentre, al contrario, la Cina investe in energie rinnovabili come fattore non solo di business ma anche di strategia geopolitica. Pellegrino critica aspramente l’approccio di quei leader che, guardando solo al breve termine, tentano di riportare le lancette dell’orologio energetico agli anni Ottanta. Questa visione è definita miope non solo per l’ambiente, ma anche per l’economia: “per un’azienda lungimirante, investire in una risorsa in via di esaurimento come il petrolio non ha alcun senso strategico”.
L’Etica del Danno: Oltre il Semplice Profitto
Uno dei punti più forti dell’intervista riguarda la dimensione morale dello sfruttamento petrolifero. In un suo recente articolo su Domani, cita il reporter e scrittore Ryszard Kapuściński, che descrive il petrolio come una “tentazione mistica, un liquido che promette ricchezza senza fatica ma che sporca la coscienza collettiva”. Pellegrino rigetta con forza l’idea che la remuneratività di una risorsa possa giustificarne l’utilizzo se questa provoca un danno accertato.
Il parallelismo è netto: come non accettiamo attività remunerative ma immorali (come lo sfruttamento minorile, il commercio di stupefacenti), così non dovremmo accettare l’uso dei combustibili fossili una volta che la scienza ha stabilito un nesso causale tra la loro combustione e il danno alla salute umana e planetaria. Mettere tra parentesi la salienza morale del cambiamento climatico per favorire il profitto è un’operazione molto pericolosa. “Andrebbe istituito il reato di negazionismo climatico” afferma Pellegrino.
Scienza e Democrazia: La Repubblica dei Fatti
Contro la tentazione dell’eco-autoritarismo — l’idea che solo un regime forte possa imporre cambiamenti radicali della società per salvare il clima — Pellegrino difende il valore della democrazia. La nostra comprensione della crisi climatica deriva infatti dalla “Repubblica degli Scienziati”, un sistema intrinsecamente democratico dove ogni argomento deve essere provato e discusso apertamente. È stata questa libera circolazione di idee a permetterci di identificare il problema, mentre un’autocrazia avrebbe potuto occultare i dati molto più facilmente.
Tuttavia, il professore riconosce che le democrazie sono spesso “presentiste”, ovvero troppo concentrate sulle prossime elezioni per occuparsi del futuro remoto. Per superare questo limite, Pellegrino suggerisce due vie principali. La prima è la via giudiziaria, attraverso la climate litigation e l’applicazione di principi costituzionali, come l’Articolo 9 della Costituzione italiana che tutela l’ambiente e le future generazioni. La seconda è la via politica, che richiede alla società civile e ai partiti di smettere di trattare l’ecologia come un tema marginale o di nicchia e di porlo al centro dell’agenda politica.
La Sfida della Comunicazione e dell’Informazione
Infine, l’analisi si sposta sul ruolo dei media. Pellegrino denuncia un’omissione spesso colposa da parte dei giornali, che faticano a sintetizzare la complessità della scienza climatica e a collegare i fatti geopolitici alla crisi energetica. Il “greenwashing” e il negazionismo sulle soluzioni sono diventati sempre più sofisticati, rendendo difficile per il cittadino medio orientarsi.
Nonostante questo, i dati indicano che la stragrande maggioranza della popolazione europea percepisce il cambiamento climatico come una preoccupazione primaria. Il compito della politica e dell’informazione nel 2026 non è più solo convincere le persone che il problema esiste, ma presentare soluzioni che siano socialmente eque, evitando che il costo della transizione ricada sui più vulnerabili. L’agenda ambientale deve diventare l’agenda della pace e della stabilità globale, uscendo finalmente dall’isolamento dell’attivismo per diventare patrimonio comune della società civile.