Di Danilo Guenza
Entro la fine dell’anno, la Commissione Europea varerà il Circular Economy Act con l’obiettivo ambizioso e dichiarato dall’UE di voler diventare “World leader” della Circular Economy entro il 2030. Questo sarà un fatto di rilevanza strategica anzi, geo-strategica considerando che impatterà sull’uso e il consumo delle materie prime di cui il nostro continente è povero. Quelle materie prime indispensabili all’economia che determinano le relazioni internazionali e spesso sono causa di conflitti sanguinosi e rovinosi. Basti pensare al petrolio o alle cosiddette “terre rare”.
Non è certamente un caso che lo stanno scrivendo ben due Direzioni Generali dell’Unione coordinandosi tra loro. La DG Grow (Direzione generale del Mercato interno, dell’industria, dell’imprenditoria e delle PMI) e la DG Environment (Direzione generale dell’Ambiente) che sono due dipartimenti tematici della Commissione europea con ruoli distinti ma sempre più interconnessi sottolineando proprio la natura economica di questa normativa. L’Economia Circolare è un nuovo e diverso paradigma economico che punta a superare quello attuale che si definisce, appunto, lineare e cioè: “dall’estrazione delle materie prime, alla produzione, all’uso, alla discarica”.
Un sistema a “silos” questo, al contrario di quello circolare che si definisce sistemico. Nell’Economia Circolare i prodotti se ben progettati (design), non dovrebbero mai diventare rifiuti o scarti ma mantenere il loro valore non solo attraverso un loro uso prolungato nel tempo ma soprattutto attraverso il recupero dei materiali utilizzati per realizzarli. Questo nuovo paradigma si basa su uno schema di azioni come: progettare i prodotti e i beni pensando al recupero e lunga durata, evitare l’acquisto di prodotti non necessari, diminuire la quantità di rifiuti, degli imballaggi o materiali mono uso grazie all’acquisto consapevole, dare una seconda vita ai prodotti anche riparandoli, trasformare i rifiuti organici in composti o recuperare energia o materiali pregiati da essi. E altro ancora che viene comunemente denominato delle “5R”.
In sostanza si tratta di operare per ridurre al minimo le estrazioni di risorse vergini dal Pianeta rigenerando i materiali anziché smaltirli in discarica o peggio. Ma non solo. La Circular Economy è un sistema rigenerativo del capitale naturale che è qualcosa di più rispetto alla compliance ambientale della tradizionale sostenibilità. Questo determina un nuovo sistema economico, un nuovo paradigma di sviluppo sociale, della produzione e del consumo, che riduce le emissioni di gas serra e l’uso delle risorse naturali che sono “finite” per definizione e non come definito dall’attuale teoria economica, che le considera infinite. La Circular Economy è tutt’altro che un sistema pauperistico, anzi.
Si propone di creare nuove opportunità economiche contribuendo allo sviluppo di nuove tecnologie e favorendo l’occupazione. Quindi potremmo dire che la partita della competitività europea si gioca (anche) sui rifiuti. O, più precisamente, sulla loro trasformazione in risorse.
È questa la logica che guida il Circular Economy Act (CEA), che promette di ridefinire il rapporto tra industria, mercato interno e approvvigionamento di materie prime.
In questo l’Italia è al primo posto in Europa. In Italia, su un totale di 160 Mt di rifiuti trattati (urbani e speciali, cioè quelli derivati dall’attività industriale, dell’artigianato e del commercio) ne vengono riciclati 137Mt. Di fatto l’Italia ricicla l’85,6% del totale dei rifiuti gestiti, a fronte di una media europea del 41,2%. Il Circular Economy Act (CEA) non sarà una misura settoriale, ma una vera e propria infrastruttura regolatoria che si colloca all’incrocio tra Green Deal, politica industriale e sicurezza economica. La transizione dell’UE verso un’economia circolare è quindi considerata fondamentale per ridurre la pressione sulle risorse naturali, arrestare la perdita di biodiversità, conseguire la neutralità climatica entro il 2050 e soprattutto, costruire un’Europa più resiliente e competitiva. Il nodo di partenza per la CEA è noto: oggi il mercato europeo delle materie prime riciclate resta frammentato fra i Paesi. Normative divergenti, standard non uniformi e barriere tecniche impediscono la piena circolazione dei materiali recuperati.
Il CEA punta a colmare questo gap attraverso l’armonizzazione dei criteri end-of-wast, la definizione di standard europei per i materiali secondari e la semplificazione delle regole per il loro utilizzo industriale. L’obiettivo è costruire un mercato unico delle materie prime seconde, in grado di competere con quello delle risorse vergini. Per le imprese, si tratta di un cambio di contesto significativo: la disponibilità di input riciclati certificati dovrebbe ridurre i costi di approvvigionamento. Il Circular Economy Act segna anche un’evoluzione nell’approccio europeo alla transizione verde. Se il Circular Economy Action Plan del 2020 aveva una forte impronta ambientale, la nuova proposta sposta l’asse sulla dimensione economica. La circolarità diventa fattore di competitività industriale, leva per l’innovazione tecnologica e elemento chiave nella strategia europea per il 2030. Il target indicato è il raddoppio del tasso di utilizzo dei materiali circolari, oggi ancora limitato. Ma la vera sfida sarà incidere a monte, intervenendo su progettazione dei prodotti, durabilità e riciclabilità degli stessi.
E’ evidente che accanto alla dimensione economica, emerge con forza quella geo-strategica. L’Unione europea importa una quota rilevante delle materie prime critiche necessarie soprattutto per la transizione energetica e digitale. Una dipendenza che espone il sistema produttivo a rischi geo politici crescenti. Il Circular Economy Act risponde con una logica chiara: ridurre la dipendenza esterna valorizzando le risorse interne. Attraverso il CEA, Bruxelles punta anche a rafforzare il proprio ruolo regolatorio globale, definendo standard su qualità e tracciabilità dei materiali riciclati. Per le imprese europee, questo significa muoversi in anticipo su standard destinati a influenzare i mercati internazionali.
Restano tuttavia alcuni nodi strutturali oltre l’attuale frammentazione normativa tra Stati membri. Ad esempio ila differenza di costo tra materiali vergini e secondari e il fabbisogno di investimenti industriali, in ricerca e sviluppo.
Il rischio è che, senza adeguati incentivi statali e strumenti finanziari adeguati, il mercato delle materie seconde fatichi a raggiungere una scala sufficiente. Il Circular Economy Act non nasce oggi, è un lungo percorso.
Già nel marzo del 2020 il “Second Circular Economy Action Plan” era uno dei pilastri dell’European Green Deal e introduceva già molti interventi legislativi e obiettivi da perseguire. Prevedeva molte azioni regolamentate quali “Ecodesign for Sustainable
Products Regulation” (2024) per prodotti sostenibili e circolari, Direttive quali “Empowering consumer for the Green Transition” (2024) per garantire una corretta informazione ai cittadini-consumatori circa la durabilità dei prodotti e le possibilità di ripararli, o anche “Repair of good” (2024) per il “diritto alla riparazione” e altri ancora. O specifiche direttive dedicate alla value chain dei prodotti come, ad esempio, la “Regulation on Packaging Waste” (2025) o la “Batteries Regulation” (2023), la “EU Strategy for Sustainable and Circular Textiles” (2022), lo la “Waste Shipment” (2024) dedicata a ridurre le esportazioni di scarti fuori dal’Unione, o anche la “Waste Elettric and Electronic Equipment”
(WEEE), o il “Regulation on Microplastic” (2023). E altri ancora. Si tratterà di vedere con quale ambizione politica e legislativa-regolatoria il
Circular Economy Act verrà redatto e soprattutto accolto e implementato dai Paesi. Se ci sarà la giusta consapevolezza della reale posta in gioco: una sempre maggiore indipendenza del continente dalle materie prime presenti in altri paesi al di fuori dell’Unione.
E’ ormai chiaro che la Circular Economy non è più solo un tema per ambientalisti incalliti e un pò fissati. In realtà è una questione per politici e statisti. E se qualcuno ha ancora dubbi, basta dare un’occhiata ai bollettini di guerra e di borsa di questi tempi e al livello di resilienza maggiore dimostrato dei sistemi economico-industriali dei Paesi che hanno intrapreso con più decisione e determinazione la transizione economica e lo sviluppo delle energie rinnovabili.