
“Antò, fa caldo…”. Alcuni ricorderanno questa battuta recitata da una splendida Luisa Ranieri in un famosa pubblicità di alcuni anni fa.
Oggi il caldo è il tormento – non tormentone – dei cittadini europei e italiani sottoposti al forte aumento delle temperature registrate in questo ultimo mese che superano di molti gradi le medie del periodo.
Il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e la Confagricoltura, con due distinti studi, hanno analizzato questo fenomeno climatico (non metereologico) dal punto di vista economico.
Quindi non solo chiacchiere “da ombrellone” o posizioni ideologiche di qualche fissato ambientalista ma dati e numeri trasformati in euro di costi per le imprese, i cittadini e il sistema economico del nostro Paese. Peraltro l’Italia è considerato “un hub climatico” – non una buona notizia, vi assicuro, basti pensare che la pianura Padana, il cuore manifatturiero del nostro Paese, fa registrare un aumento di +2 – 2,5 gradi – e l’Europa si scalda ad un ritmo doppio rispetto alla media globale.
Il cambiamento climatico non è più soltanto una questione ambientale, ma una delle principali variabili economiche con cui l’Italia dovrà confrontarsi nei prossimi decenni. È questa la conclusione del rapporto “Rischio Climatico in Italia: Scenari, Costi e Opzioni di Risposta” realizzato dal CMCC, che per la prima volta quantifica gli effetti macroeconomici del riscaldamento globale sul Bel Paese, delineando uno scenario in cui gli impatti climatici mettono al centro dell’interesse la sostenibilità dei conti pubblici e la stabilità finanziaria nazionale.
Si sta parlando degli effetti sulle infrastrutture (non solo ponti o ferrovie ma anche l’interruzione di servizi essenziali quali la fornitura di energia elettrica); degli effetti della siccità o dei danni causati da piogge torrenziali improvvise; dell’impatto sul turismo (ad esempio si prevede una forte contrazione delle settimane per riduzione del manto nevoso); infine, alla produttività del lavoro specialmente nei lavori particolarmente esposti.
E i danni si propagano velocemente dall’economia reale a quella finanziaria.
Secondo lo studio, entro la metà del secolo – ci siamo quasi – il prodotto interno lordo italiano potrebbe risultare inferiore tra l’1,6% e il 6% rispetto a uno scenario privo di danni climatici. Diciamolo: una enormità!
Ancora più significativo è il dato relativo alla crescita: nello scenario più severo, fino al 15% della crescita economica annuale media prevista tra il 2025 e il 2050 potrebbe andare perduto a causa degli effetti del cambiamento climatico, con punte che arrivano al 41% nelle simulazioni più pessimistiche. Un processo destinato ad accelerare nel tempo, poiché gli effetti economici dei fenomeni estremi tendono ad accumularsi in modo non lineare ma esponenziale.
Gli impatti non si limitano all’economia reale. Il rapporto evidenzia come ondate di calore, alluvioni, siccità e scarsità idrica compromettano la produttività delle imprese, interrompano le catene di approvvigionamento, riducano il valore degli asset e aumentino il rischio di insolvenza, trasferendo rapidamente le conseguenze al sistema bancario e finanziario. Gli stress test delle banche centrali indicano che gli shock climatici possono determinare contrazioni del PIL fino al 4,7% anche nel breve periodo, mentre oltre un terzo dei prestiti alle imprese dell’area euro è esposto a settori vulnerabili alla scarsità d’acqua.
Per il CMCC il cambiamento climatico rappresenta ormai un vero rischio sovrano. L’Italia parte infatti da una posizione di particolare fragilità, con un debito pubblico superiore ai 3.000 miliardi di euro. Il rallentamento della crescita rischia di compromettere il percorso di riduzione del rapporto debito/PIL. La probabilità di superare la soglia del 200% del PIL passerebbe dal 21-24% nello scenario senza danni climatici fino al 39-44% negli scenari più critici, con un’accelerazione evidente dopo il 2030.
A pesare ulteriormente sarebbe il cosiddetto “spread climatico”. Secondo i modelli elaborati dal Centro Euro-Mediterraneo, gli investitori potrebbero richiedere un premio aggiuntivo compreso tra 42 e 46 punti base sui titoli di Stato italiani.
Ciò comporterebbe un aumento del costo del rifinanziamento del debito pubblico e, nelle ipotesi peggiori, una spesa per interessi compresa tra il 6,7% e il 7,7% del PIL, sottraendo risorse a investimenti, welfare e servizi pubblici proprio quando sarebbero maggiormente necessarie. Inclusi gli investimenti per la difesa, ovviamente. Il decisore pubblico si troverebbe così di fronte a un difficile equilibrio: contenere il debito significherebbe ridurre la spesa discrezionale fino al 16-19%, mentre mantenerla costante comporterebbe un ulteriore deterioramento dei conti pubblici.
Lo studio individua però anche le leve per limitare questi effetti. L’Italia ha già ridotto le proprie emissioni di circa il 30% tra il 1990 e il 2024, ma saranno necessari 174,4 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi entro il 2030 per completare la transizione energetica. Sul fronte dell’adattamento serviranno circa 10 miliardi di euro all’anno, pari allo 0,4% del PIL. Una spesa che, secondo il rapporto, rappresenta però un investimento: ogni euro destinato alla prevenzione può evitare tra quattro e sette euro di danni. Oggi circa il 95% dei danni provocati dagli eventi climatici estremi non è coperto da assicurazione. Da qui, l’obbligo per alcune imprese di contrarre l’assicurazione contro i danni causati da calamità naturali introdotto nel nostro ordinamento nel 2025.
Gli effetti di questo scenario sono già evidenti in uno dei comparti più esposti, quello agricolo. Il Rapporto AGRIcoltura100 2025, realizzato da Confagricoltura e Reale Mutua, mostra come negli ultimi tre anni il 73% delle aziende agricole italiane abbia subito danni causati da eventi climatici estremi, mentre nel solo 2023 le perdite produttive hanno raggiunto un miliardo di euro.
Siccità, alluvioni e precipitazioni eccezionali si sommano all’aumento dei costi di produzione, aggravando la situazione di un settore in cui oltre il 70% delle imprese dichiara di non riuscire a trasferire gli aumenti dei costi sui prezzi di vendita.
Ma il rapporto evidenzia anche una via d’uscita: le aziende che investono in sostenibilità, innovazione e adattamento registrano risultati economici nettamente migliori, con una produttività media di 94 mila euro per addetto, quasi il doppio rispetto alle imprese meno sostenibili, e un utile di 8.800 euro per lavoratore contro 4.600 delle altre.
I dati sono parzialmente confortanti: la percentuale di imprese che raggiungono un livello di sostenibilità generale alto o medio alto, è salita dal 49,3% al 56,9 % rispetto all’ultima rilevazione.
Agricoltura di precisione, gestione efficiente dell’acqua, digitalizzazione ed energie rinnovabili dimostrano così che la sostenibilità non rappresenta un costo aggiuntivo, ma uno strumento di competitività e resilienza.
Un messaggio che coincide con quello del CMCC: investire oggi nell’adattamento climatico significa ridurre i costi economici di domani e preservare la capacità di crescita del Paese.
Sapremo farlo? Riusciremo a mettere questo tema al centro del dibattito politico, di quello pubblico e dell’attenzione dei media in modo da definire un quadro regolatorio efficace ed efficiente, nazionale ed europeo? Sapremo definire le risorse necessarie per le azioni indispensabili ad affrontare questo cambiamento epocale?
d.guenza@commcode23.com