
La bioeconomia europea non è più soltanto una promessa della transizione ecologica. Sta diventando industria, occupazione, innovazione tecnologica e, soprattutto, uno dei terreni sui quali si gioca la competitività dell’Europa. Ma il tempo per trasformare il vantaggio scientifico in capacità produttiva si sta rapidamente restringendo.
A sostenerlo è Nicolò Giacomuzzi-Moore, executive director della Circular Bio-based Europe Joint Undertaking (CBE JU), il partenariato pubblico-privato tra Commissione europea e industrie del settore che finanzia progetti industriali della bioeconomia. Intervistato a IFIB 2026, Giacomuzzi-Moore parte dalla nuova strategia europea: «È un cambio rispetto al passato», perché mette al centro innovazione, competitività e crescita dell’industria. Ma una strategia, avverte, non basta: serve un piano d’azione accompagnato da «un calendario molto preciso», altrimenti il rischio è che rimanga sulla carta.
Le risorse non mancano. CBE JU dispone di un budget pluriennale di un miliardo di euro di fondi europei, cui si aggiunge un altro miliardo proveniente dall’industria. Per la prossima call sono previsti 117 milioni di euro destinati a progetti industriali. E la domanda è molto superiore all’offerta: le richieste di finanziamento, spiega Giacomuzzi-Moore, hanno raggiunto un valore pari a dieci volte le risorse disponibili.
È qui che emerge il vero salto di prospettiva. La bioeconomia non può più essere considerata soltanto una componente “green” delle politiche europee. «Parliamo di industria, di posti di lavoro, di innovazione, di tecnologia», sottolinea Giacomuzzi-Moore. Il compito del programma è accompagnare soprattutto le piccole imprese lungo il tratto più difficile del percorso: dal laboratorio alla dimostrazione tecnologica, fino alla realizzazione del primo impianto su scala industriale.
Le applicazioni sono già molto concrete. La crisi geopolitica e l’aumento del costo dei fertilizzanti di origine fossile rendono strategico, per esempio, lo sviluppo di biofertilizzanti e biopesticidi. Ma il campo è assai più vasto: comprende materiali biodegradabili, packaging a minore impatto ambientale, cosmetici di origine biologica e nuove tecnologie capaci di sostituire materie prime fossili. In questo ecosistema operano anche importanti aziende italiane, come Novamont.
La forza della bioeconomia, secondo Giacomuzzi-Moore, sta proprio nella sua trasversalità: mette insieme obiettivi ambientali e interessi industriali, ma coinvolge direttamente anche agricoltori, pescatori e settore forestale. E l’Europa parte da una posizione favorevole: oggi è ancora leader mondiale del settore. Una leadership che, tuttavia, potrebbe non durare.

Il principale collo di bottiglia è infatti finanziario. In una fase segnata dall’incertezza geopolitica e dalla debolezza dell’economia mondiale, gli investitori sono diventati più avversi al rischio. Le sovvenzioni pubbliche possono finanziare ricerca e innovazione, ma non sono sufficienti per costruire gli impianti necessari a dimostrare la sostenibilità industriale delle nuove tecnologie. Per questo, sostiene Giacomuzzi-Moore, occorre facilitare l’accesso ai capitali privati e, contemporaneamente, semplificare le normative europee e nazionali che regolano l’arrivo dei nuovi prodotti sul mercato.
Ed è proprio qui che la questione ambientale diventa politica industriale. Stati Uniti e soprattutto Asia si muovono rapidamente, offrendo condizioni favorevoli alle imprese europee disposte a trasferire altrove la fase di industrializzazione. Il rischio è quello già sperimentato dall’Europa in altri comparti: finanziare ricerca e innovazione sul proprio territorio per poi vedere fabbriche, competenze e valore economico trasferirsi all’estero.
La finestra temporale indicata da Giacomuzzi-Moore è sorprendentemente stretta: «Un paio d’anni al massimo». Se l’Europa non riuscirà a creare rapidamente le condizioni finanziarie, normative e industriali necessarie, avverte, i suoi migliori talenti imprenditoriali potrebbero scegliere altri mercati. Con un paradosso finale: l’Europa avrebbe sviluppato le tecnologie della nuova bioeconomia, ma si ritroverebbe a importarne i prodotti dalla Cina o da altri Paesi capaci di industrializzarle a costi inferiori.
La partita, dunque, non riguarda soltanto quanto verde sarà l’economia europea. Riguarda dove saranno costruite le fabbriche, dove resteranno competenze e posti di lavoro e chi controllerà uno dei mercati industriali destinati a crescere nei prossimi decenni.
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